mercoledì 27 marzo 2013

Incontro di Giovedì 21 Marzo 2013 con Piero Dell'Acqua: "Leonardo: i dipinti del suo primo soggiorno milanese"

In un sereno clima pre pasquale Piero Dell'Acqua ci ha intrattenuti sui dipinti del primo soggiorno milanese di Leonardo.
Riportiamo qui di seguito la relazione la cui sintesi sarebbe stata pressoché impossibile anche per il migliore redattore. 

“ Aveva trentanni che dal detto Magnifico
fu mandato insieme con un giovane
musico, Atalante Migliorotti, a
presentargli una lira, unico era in
suonare tale strumento, impreziosito
da un intaglio a forma di muso d’ariete,
un’invenzione e opera di messer Lionardo
stesso. “
 (VASARI)

Nel 1482, infatti, Leonardo volge le spalle alla sua amata giovinezza fiorentina, ed insieme a un musico, Atalante Migliorotti, giunge a Milano con una lettera di raccomandazione di Lorenzo il Magnifico per presentare a Ludovico il Moro una lira d’argento, da lui realizzata.
La lettera, dal 1637 racchiusa nel Codice Atlantico alla Pinacoteca Ambrosiana, non fa solo riferimento alla lira ma a lavori d’ingegneria, di arte militare e di opere di pittura: “Ho modi di fare ponti leggerissimi e forti …………. o modi di bombarde comodissime…….. cose da offender e difendere……… conducerò in sculptura di marmore, di bronzo e di terra, similiter in pictura, ciò che si possa fare a paragone da omni altro.”
Per Leonardo, la possibilità di entrare in contatto con quella che sta diventando una delle più importanti corti d’Europa, è un’occasione d’oro. E così dopo i primi incontri con il duca, l’artista esprime, in uno scritto, il suo pensiero sulla realizzazione di un monumento equestre dedicato a Francesco Sforza, il padre di Ludovico.

 
“……….. non sarà gloria immortale
e eterno amore de la felice memoria
del Signor vostro padre e de la
insolita casa sforzesca”.

Il Moro ha già conosciuto Leonardo presso lo studio di Andrea di Francesco di Cione, detto il Verrocchio, durante una visita fatta a Lorenzo dei Medici, a Firenze. In quell’occasione si era a lungo soffermato davanti a un dipinto che rappresentava il “Battesimo di Cristo”.  L’opera, olio a tempera su tavola, dal 1914 alla Galleria degli Uffizi a Firenze, era stata commissionata dall’ordine dei Vallombrosani per la chiesa di San Salvi a Firenze.
Ammirato dalla maestria dell’esecuzione e della perfezione di un “angelo”, Ludovico commentò che vi si poteva distinguere facilmente la grande abilità del maestro in quanto si poteva notare la grande differenza dell’”angelo” con il resto della pittura che, senza dubbio, era opera di uno dei suoi allievi.
Verrocchio rispose, senza scomporsi, che egli aveva ragione poiché l”angelo” era stato dipinto sì da un maestro pittore, ma non si trattava di lui, bensì dal suo discepolo preferito Leonardo.
A Milano, Leonardo non conquista tanto rapidamente i favori della Corte sforzesca e così è costretto a riprendere subito in mano i pennelli.
Si associa ad una bottega locale in modo da assicurarsi un tetto e del lavoro “Similmente utile compagnia, perché l’un senza l’altro non vale troppo” trova così alloggio presso la parrocchia di San Vincenzo, a Porta Ticinese, dove vivono e lavorano i fratelli De’ Predis.
Ed è proprio insieme a loro che il 25 aprile 1483 stipula un contratto con la Confraternita dell’Immacolata Concezione, un’associazione costituita da molti laici delle famiglie più illustri della città, per la realizzazione di un’ancona da porsi sull’altare della cappella dell’Immacolata nella chiesa di San Francesco Grande, non lontana dalla basilica di Sant’Ambrogio, la maggior chiesa dopo il Duomo che verrà completamente distrutta nel 1576.
Il contratto, nel quale sono coinvolti in solido il “Magister Leonardus de Vinciis florentinus” e “Evangelista et Johannes Antonius frater De’ Predis” stabilisce che l’ancona, preparata da Giacomo del Maino, intagliata in legno con bassorilievi e spazi per inserirvi riquadri per pitture, venga revisionata, dorata e colorita nel laboratorio del monastero, mentre le altre tavole possono essere eseguite dagli artisti nei loro studi.
La tavola centrale, che dovrà contenere la “Madonna col Bambino”, contornata da un gruppo di angeli e due profeti, viene affidata a Leonardo, mentre, per le due tavole laterali, che dovranno prevedere quattro angeli per ciascuna, gli uni in alto di suonare, gli altri di cantare, responsabili dell’esecuzione del lavoro sono i fratelli De’ Predis.
Il lavoro dovrà essere pronto entro sette mesi con la garanzia del buono stato di salute dell’ancona per almeno dieci anni, e il pagamento concordato consiste in 800 lire imperiali di “buona moneta milanese corrente” più il riconoscimento di un conguaglio.
Completato il dipinto, il cui soggetto centrale era assai poco somigliante a quanto concordato nella commessa, niente profeti e un solo angelo con la Madonna col Bambino, gli artisti sono così delusi dal basso conguaglio che danno avvio ad una controversia che durerà parecchi anni.
La bellezza del dipinto nella parte centrale è tale comunque da invogliare diverse persone ad offrire molti soldi, e così Leonardo alcuni anni dopo pare abbia venduto per ben 1.200 lire il dipinto ad un acquirente che la critica ha identificato col re di Francia Luigi XII. Il dipinto, olio su tavola di 199x132 centimetri, oggi riconosciuto come la “Vergine delle Rocce” si trova a Parigi al Musée du Louvre.
A lungo il legame tra questo dipinto e una seconda versione dello stesso soggetto, oggi alla National Gallery di Londra, sempre realizzata dall’artista con una variante, è stato avvolto nel mistero per alcuni secoli.
Solamente attraverso una lunga catena di documenti sui vari passaggi di proprietà, il secondo dipinto, portato a termine non più tardi del 1508, fu venduto, nel 1785, dall’amministratore dell’ospedale Santa Caterina alla Rota, che lo aveva ricevuto dalla Confraternita, come opera guasta e di cattiva scuola: “………….. ed ecco che ci liberiamo da un mobile che andava in perenzione ogni giorno, profittando di una somma in pro della nostra casa” al pittore Gavin Hamilton per la modica cifra di 1582 lire, a prezzo di cianfrusaglia.
Un secolo dopo, la tavola viene acquistata dalla National Gallery di Londra per 250.000 franchi.
La “Vergine delle Rocce” permette così a Leonardo di stabilirsi a Milano in qualità di pittore, ma il suo sogno rimane sempre quello di un incarico a corte ………. poco tempo dopo si realizzerà.
Nel frattempo l’artista va pertanto a caccia di denaro accettando ogni genere di commissione.
In breve tempo, Leonardo riesce sempre più a conquistarsi la fiducia del Moro, tant’è che il duca arriva a proporgli di realizzare un ritratto della sua amante: Cecilia Gallerani.
Nata nel 1465 da Fazio, nobile milanese e già ambasciatore a Firenze, grosso proprietario terriero fra Brugherio e Carugate, Cecilia ha solo sedici anni quando Ludovico “le va dietro dapertuto e li vuole tanto il suo bene” e le dona il feudo di Saronno.
Dominatrice per dieci anni della corte ducale, per bellezza, ingegno e doti nell’animo, sposa dopo il matrimonio del duca con Beatrice d’Este, il conte Bergamini di Cremona e va ad abitare a Milano nel suo palazzo del Broletto.
Il dipinto, olio su tavola di 54x39 centimetri, acquistato alla fine del ‘700 dal principe polacco Adam Czartoryski e donato al museo privato di sua moglie, si trova oggi a Cracovia, e conosciuto come la “Dama dell’ermellino”.
L’ermellino è tradizionalmente simbolo di castità e può essere da un lato una allusione al nome di famiglia di Cecilia (Gallerani, infatti, ricorda per assonanza, il termine greco galée che significa ermellino), da un altro pure un’allusione che vincola il duca alla sua amante.
Infatti, nel 1488, il Moro è stato insignito dell’Ordine dell’Ermellino, una investitura che gli adulatori non perdono di enfatizzare la portata “Tutto ermellino è, se ben un nome la nero”.
Ritenuto dalla critica come il primo ritratto moderno, non solo è una pagina importante della storia del costume, in quanto per la prima volta è raffigurato il nuovissimo abbigliamento delle nobili milanesi sul finire del ‘400, ma supera tradizioni consolidate sulla ritrattistica rinascimentale italiana, a cominciare dalla rappresentazione della protagonista in angolo, di trequarti, non più di profilo.

“………… E’ cosa mirabile che quello
ingegno che avendo desiderio di dare
sommo rilievo alle cose che egli
faceva, andando tanto con l’ombra
scura a trovare i fondi de’ più
scuri………. per fare che’l chiaro,
mediante quelli fosse più lucido…..……”
(VASARI)

Leonardo affermando che “Lo ingegno del pittore vole essere a similitudine dello specchio” evidenzia il tema caro della cultura dell’epoca, della competizione fra arte e natura; tema raccolto anche dal poeta di corte Bernardo Bellincioni nel sonetto appunto dedicato al ritratto:

“Di che t’adiri? A chi invidia hai Natura?
Al Vinci che ha ritratto una tua stella;
Cecilia, si bellissima oggi è quella
che a’ suoi begli occhi, il sol par ombra scura.
Ringratiar dunque Ludovico or puoi
Et l’ingegno e la man di Lionardo,
che ‘ a posteri di lei voglion far parte.
Chi la vedrà cosi, benché sia tardo
Vederla viva, dirà: basti a voi
Comprender or quel che è natura et arte.”

In questo stesso periodo l’artista realizza un altro capolavoro: Il “Musico”, l’unico suo ritratto maschile.
Per diversi secoli, dell’olio su tavola di 43x31 centimetri, oggi a Milano alla Pinacoteca Ambrosiana, si è creduto che quel giovane, finitissimo nel volto e nei suoi primi piani della capigliatura, fosse un personaggio della corte sforzesca.
Ma quando, nel 1905, il quadro verrà ripulito, con un accurato lavaggio, si scoprirà che il modello tiene in mano una pergamena dove figurano un pentagramma e le parole semicancellate “Cant……. Ang……” che complete possono essere “Canticum Angelicum”, il titolo di una composizione di Franchino Gaffurio, lodigiano, maestro di cappella nel Duomo di Milano, tecnico musicale e uomo di cultura.
Frequentatore della vita di corte sforzesca, riunisce con assiduità brillanti personalità artistiche quali quella di Leonardo, i cui rebus musicali testimoniano una certa conoscenza della scrittura musicale:

“La musica è sorella della pittura,
una sorella minore e infelice,
perché svanisce di volta in volta.”

Nel 1495, il Moro ha un’altra amante.
E’ Lucrezia Crivelli, una delle damigelle di Beatrice, alla quale egli donerà terre a Saronno e a Cusago.

“Tutto il suo piacere era con una
fante che era donzella della moglie,
con la quale el non dormiva già……..”
(MURATORI)

Anche per Lucrezia il duca commissiona un ritratto di mano di Leonardo “La Belle Ferronière” o “Ritratto di Dama”, olio su tavola di 64x45 centimetri, oggi a Parigi al Musée du Louvre.
Dal diario di Salai, il suo allievo preferito:

 “Oggidì 23 maggio 1495, Lionardo conchiude
terminare il ritratto di Madonna Lucrezia
de’ Crivelli. Quanto questa donna abbia
in superbia superato le altre favorite del duca
non è cosa difficile da dirsi. Mai stava ferma
e  quieta, né a niente son valsi i musici…………
Donna superba. Non ha mai sorriso e magistro
Lionardo era sul punto di non conchiudere il retracto.”

Inizialmente  il dipinto, che faceva parte della collezione del re di Francia, nel catalogarlo, viene confuso con un altro.
L’equivoco venne poi risolto nell’ottocento da un epigramma rinvenuto nel Codice Atlantico, i cui versetti celebravano la bellezza della donna, ma anche l’amore e il potere del suo amante, rendendo nel contempo, omaggio alla maestria del pittore:

“Il nome di quella che vedi è Lucrezia
alla quale gli dei elargirono ogni dono
con generosità. A lei fu data rara beltà:
la dipinse Leonardo, l’amò il Moro;
questo primo tra i pittori, quello fra i duci.”

Sempre dal diario di Salai si può dedurre l’anno di inizio dell’opera più importante dell’artista: il “Cenacolo”, opera su intonaco di 4,6 x 8,8 metri, nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie.
Diversi documenti tuttavia fissano il periodo d’esecuzione e il tema preciso del dipinto.
Il primo è una lettera, oggi presso l’Archivio di Stato di Milano, di Ludovico a Marchesino Stampa, del giugno 1497 con l’incarico ”……… de solecitare Lionardo fiorentino perché finisca l’opera del refettorio delle Gratie principata………”.
Un altro, oggi presso la Pinacoteca Ambrosiana a Milano, è uno scritto di Luca Pacioli, matematico, nella dedicatoria del suo trattato “De divina proportione” al duca di Milano, dell’8 febbraio 1498, a proposito  del dipinto: “Non è possibile con maggior attenzione vivi gli apostoli al suono della voce dell’ineffabile verità: Unus vestrum me traditurus est, dove con acti e gesti l’uno e l’altro e l’altro con viva et afflicta admiratione par che parlino sì degnamente con sua ligiadra mano al nostro Lionardo lo dispose”.
Altra testimonianza è quella di Matteo Bandello, nipote del priore domenicano di  Santa  Maria  delle  Grazie,  nel  preambolo  alla  cinquattotesima  novella, redatto nel giugno del 1497:

“…………. nel refettorio delle Grazie vi
fossero alcuni gentiluomini a contemplare
il miracoloso e famosissimo Cenacolo di
Cristo con i suoi discepoli che allora
l’eccellente pittore Lionardo Vinci
fiorentino dipingeva; il quale aveva
molto caro che ciascuno, veggendo la
pittura, liberamente dicesse sovra quelle
il suo parere.
Soleva anco spesso, ed io più volte l’ho
veduto e considerato, andar la matina
a buon’ora a montar sul ponte, perché
il Cenacolo è alquanto da terra alto;
soleva, dico, dal nascente sole sino a
l’imbrunita sera non levarsi mai il
pennello di mano, ma, scordatosi il
mangiare e il bere, di contino dipingere.
Se ne sarebbe poi stato due, tre e quattro
dì che non v’averebbe messa mano, e
tuttavia dimorava talora, una e due ore
del giorno; e solamente contemplava, esaminava,
ed esaminando fra sé, le figure giudicava………..”

L’opera va così avanti molto lentamente, sembra che non abbia mai termine, tanto che il priore del convento si decide a scrivere al Moro: “Signoria, vi resta solo a fare la testa di Giuda che tutte le altre immagini son compite…….. ma è più di un anno intero che non è stato a vederla”.
Leonardo viene a conoscenza della lettera dei frati e anche lui si decide a scrivere al Moro:

“Vostra Eccellenza, ho saputo che il priore
di Santa Maria delle Grazie si è recato da
Voi e si è lamentato della presunta mancanza
di progressi nell’affresco. Nell’Ultima Cena
il Nostro Signore, nel suo refettorio. Vostra
Eccellenza deve sapere che tutto è sostanzialmente
concluso salvo la testa di Giuda. Egli era,
come tutti sanno, di straordinaria malvagità,
e dovrà quindi avere un aspetto adeguato alla
sua perfida natura. A questo scopo, da circa un
mese, se non di più, percorro giorno e notte le
strade del Borghetto, dove Vostra Eccellenza sa
che vivono molti dei ruffiani di Milano.
Ma non sono ancora riuscito a trovare un volto
adatto. Appena l’avrò trovato, finirò l’affresco
in una sola giornata. Ma se la mia ricerca di un
modello adatto continuerà a rivelarsi infruttuosa,
userò il volto del priore che è venuto a lamentarsi
di me presso di Voi, perché risponderebbe perfettamente
alle mie esigenze. Ma non ho ancora deciso di
renderlo oggetto di scherno nel suo refettorio”.

Il Moro alcuni mesi dopo la conclusione dell’opera, invia a Leonardo la seguente lettera:

“Caro Maestro, troverete accluso il
documento di proprietà di una casa
e di una vigna appena fuori Porta Vercellina,
non lontano da Santa Maria delle
Gratie ………. oltre a produrre del
buon vino, la vigna rende anche parecchio
……….. Siete stato al mio servizio diciotto
anni, avete fatto molti lavori, e in tutti
avete dimostrato un genio ammirevole ……….
Benché questo dono sia piccolo in confronto
ai vostri talenti e ai vostri meriti, vi prego
di accettarlo come un segno che troverete
sempre in me, come in passato, un leale
protettore …………. .”

Il 2 settembre 1499 l’arrivo dei francesi a Milano con alla testa Luigi XII costringe Ludovico Sforza a fuggire da Milano. Leonardo sistema a questo punto tutti i suoi affari e negli ultimi giorni dell’anno lascia la città, chiudendo così la pagina più bella della sua vita.

“I cieli possono far piovere i doni più ricchi
sugli esseri umani in modo naturale, ma
talvolta con incredibile abbondanza elargiscono
a un unico individuo bellezza, grazia e abilità
tanto che qualunque cosa faccia, ogni azione è
tanto divina da eclissare ogni altro uomo, ed
è chiaro che il suo genio è un dono degli dei
e non deve nulla all’umana fatica.
Questo hanno visto gli uomini in Leonardo da Vinci”
(VASARI)

Al termine della relazione ed  dei copiosi applausi Monsignor Fumagalli ha fatto presente come Leonardo e la Sua opera costituiscano per la nostra città e per il mondo intero un grande dono.
Le Sue opere ci hanno lasciati estasiati nel passato e non finiranno di stupirci anche nel futuro.
A conferma di ciò osserviamo che difronte alla biblioteca Ambrosiana è in fase di realizzazione un imponente monumento costituito da un totem di oltre tre metri, realizzato da Libeskind.
Esso, secondo le tecnologie più moderne, è realizzato in lega metallica con monitor lcd, e consentirà di visualizzare una composizione di figure geometriche che vuole evocare pensieri, parole, opere e rivoluzioni di Leonardo da Vinci.
Parallelamente il prossimo 22 aprile si inaugurerà a Tokyo la mostra "Leonardo e la Sua cerchia" dell'Ambrosiana di Milano. 
La mostra è organizzata dall'Ambrosiana con l'Università di Tokyo (la più famosa università asiatica).
Tokyo diventa così un ponte culturale che congiungerà Milano con l'oriente e che consentirà di gettare e irrobustire legami di culture e di pace e così, ancora una volta l'arte italiana costituisce fonte di ispirazione artistica e di pace nel mondo.
Il tocco della campana e gli auguri di Pasqua rivolti a tutti dal Presidente hanno posto fino alla serata.
                                                                                              
                                                                                              A cura di Massimo Audisio

Incontro di Domenica 17 Marzo 2013 presso l'OSF - "Opera San Francesco per i Poveri"

Ore 10.30, la chiesa dei Cappuccini accoglie una quantità di fedeli e Padre Maurizio Annoni celebra la Santa Messa e mette ben in evidenza la presenza dei rotariani milanesi che si occupano dell’Opera San Francesco.
Segue la riunione nel salone dove gli operatori benefici mettono in risalto la loro attività nel campo della solidarietà.
Finalmente si accede al refettorio dove una magnifica colazione coinvolge tutti i presenti.
Il Governatore e gli organizzatori concludono con parole adeguate il convivio alle ore 16.00.
         
                                                                    A cura di Omar Liberati

mercoledì 13 marzo 2013

Incontro di Giovedì 7 Marzo 2013 con il nostro socio Luigi Mariani : "A cosa serve la Storia? Spunti di riflessione dalla storia dell'Agricoltura"

Il nostro socio professor Luigi Mariani, docente di Agronomia e Agrometereologia presso la Facoltà di Agraria di Milano ci ha guidati attraverso i secoli con la Sua consueta chiarezza e competenza affrontando le tematiche relative all'agricoltura ed all'alimentazione e fornendoci molti spunti di riflessione sull'importanza e sul senso della Storia.
Riportiamo qui la sintesi dell'intervento e segnaliamo che le slides proposte sono a disposizione, presso la segreteria, per tutti coloro che fossero interessati a ricevere.

 Nel corso della relazione  si è analizzata per sommi capi l’evoluzione dell’agricoltura dalle origini ad oggi, evidenziando le grandi transizioni che hanno portato dalla tecnologia delle origini, basata su pochi e rudimentali strumenti (il fuoco per disboscare, la zappetta neolitica per lavorare il terreno ed il falcetto a lame di ossidiana per raccogliere) alle complesse tecnologie attuali da cui dipende la sicurezza alimentare dei 7 miliardi di abitanti del pianeta, per il 50% inurbati e dunque non più a contatto con il mondo rurale. 
Si sono così passati in rapidissima rassegna la colonizzazione dell’Europa da parte della nuova tecnologia agricola (da 8000  a  5000 anni BP[1]),  la rivoluzione legata alla  prima introduzione dell’aratro  (Mesopotamia,  circa 6000 anni BP), le innovazioni proprie dell’epoca etrusca e romana (uso del ferro, bonifiche, messa a coltura dei difficili terreni argillosi appenninici), le innovazioni medioevali (diffusione dell’aratro asimmetrico rivoltatore, alla base del boom demografico europeo nella transizione da alto a basso medioevo) e i grandi cambiamenti propri del rinascimento, con l’agronomo Camillo Tarello che riflette sul concetto  di rotazione introducendo le leguminose foraggere per incrementare la fertilità e con l’introduzione di colture esotiche dall’oriente (riso) e dal nuovo mondo (mais, pomodoro, peperone, fagioli, ecc.).
Si è parlato poi delle innovazioni introdotte nel 700 e nell’800, in primis la formulazione delle leggi scientifiche della nutrizione dei vegetali (De Saussure per la nutrizione carbonica, Liebig per la nutrizione con  gli altri elementi chimici quali potassio, fosforo e azoto). All’applicazione di tali leggi oltre che alle imponenti innovazioni genetiche (nuove varietà più produttive e di qualità assai più pregevole) e delle tecniche colturali (diserbi, trattamenti, tecniche si lavorazione del suolo, tecniche di raccolta, trasformazione e conservazione delle derrate) si deve il fatto che nel 20° secolo la produzione agricola mondiale sia sestuplicata consentendo di alimentare una popolazione mondiale aumentata di 4 volte nel periodo stesso.
Occorre rilevare che il relatore ha sviluppato il proprio discorso utilizzando le “lenti” offerte dalle collezioni del Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura di Sant’Angelo Lodigiano, che per la sua peculiare struttura (frutto delle idee innovative dei fondatori, professori Elio Baldacci, Giuseppe Frediani e Gaetano Forni)  consente oggi una  lettura in chiave storica dell’evoluzione del settore agricolo.
Alla fine di questa carrellata il relatore è giunto a formulare la seguente domanda: a cosa serve la storia, questa storia? In alti termini, cosa dice oggi un storia lunga oltre  10.000 anni a noi cittadini del 3° millennio, sempre più incistati nelle nostre città, pieni di timori per il cibo che uccide, per l'inquinamento, per catastrofi a volte reali, più spesso solo immaginate?
Il relatore è convinto che questa storia sia latrice di un messaggio essenziale: non bisogna lasciarsi vincere dalla sfiducia nel futuro o dalla nostalgia per i buoni cibi di una volta, per gli antichi saperi, in sintesi per i miti dell'età dell'oro.
Il messaggio che viene dalle fatiche e dalle soddisfazioni dei nostri progenitori è un messaggio di fiducia nel futuro, nella tecnologia e nell'innovazione. Si tratta di valori che devono a ogni costo essere trasferiti anche alle nuove generazioni le quali non devono cadere vittime di visioni cupe e senza speranza.
Inoltre, così come nessuno si azzarderebbe oggi a proporre di costruire le automobili o le abitazioni come le si faceva all’inizio del ‘900, non si capisce perché dobbiamo essere oggi afflitti da una pletora di persone impegnate a spiegarci che il cibo dovrebbe essere prodotte con tecniche proprie dell’agricoltura medioevale (il biologico) o con tecniche a base magica e già furono contestate dagli agronomi latini (il biodinamico).
Venendo poi agli insegnamenti più specifici che vengono dalla conoscenza della storia dell'agricoltura, il relatore ha provato a sintetizzarli in un elenco di domande con relative risposte (di estrema sintesi, da sviluppare ognuna in modo molto più analitico), raccogliendole nelle sottostante tabella.

Tabella - Domande che ci poniamo e risposte che ci vengono dalla storia dell’agricoltura.

Domanda
Riposta a base storica
Naturale buono / artificiale cattivo?
Le tossine del fungo parassita dei cereali “segale cornuta” (na-turale) - hanno causato in passato milioni di morti per ergotismo. La concia delle sementi con fungicidi (artificiale) ha permesso di evitare altri morti. Il paesaggio italiano è in grandissima parte opera della sapiente azione dell’uomo. L’ape, insetto simbolo di “naturalità” è un animale domestico da 5000 anni.
Sicurezza alimentare: come garantirla?
Con l’innovazione nella genetica e nelle agrotecniche
Le fasi climatiche calde sono positive o negative?
Basta rammentare che i primi studiosi che le hanno analizzate le hanno chiamate “optimum” e non “pessimum”
Organismi geneticamente modificati: sono un male?
Mangiamo cibo OGM da almeno 6000 anni (il grano duro ed il grano tenero hanno 28 e 42 cromosomi contro i 14 dei frumenti spontanei e presentano  una moltitudine di geni mutuati da specie del genere Egilops).
Rapporto con il bosco. E’ vero che il bosco scompare?
In Italia dal 1910 al 2000 il bosco è passato da 4.5 a 7 milioni di ettari. Da tutelare oggi non è il bosco ma il terreno agricolo! Il bosco va gestito in modo razionale con tagli periodici e idonei interventi (fitosanitari, ecc.).
Se riuscissimo a riportare i livelli di CO2 a quelli dell’epoca pre-industriale sarebbero tutte rose e fiori?
La produzione agricola globale calerebbe del 20-40%.
Ruolo attuale e futuro della zootecnica
La zootecnia è fonte di proteine nobili e consente di mettere in valore 3.2 miliardi di ettari di pascoli. La zootecnia intensiva è alla base di alcune fra le punte di diamante del made in Italy (formaggio grana, prosciutto crudo).
Sostenibilità
E’ un concetto relativo. Nel paleolitico la vita in Gran Bretagna era sostenibile solo per poche migliaia di abitanti che vivevano in condizioni disastrose (cannibalismo, vita media brevissima, ecc.). Oggi la vita in Gran Bretagna è sostenibile per 60 milioni di persone in condizioni assai più umane.


Lucio Moderato Columella (4-70 d.C.), Il più grande georgico latino, introduce la sua maggiore opera (il De re rustica, in XII libri) con questa frase su cui è necessario meditare: “Io odo spesso gli uomini principali di Roma lagnarsi, chi della sterilità dei campi, chi dell'intemperie dell'aria, nociva alle biade da lungo tempo in qua; e finalmente alcuni di loro, volendo addolcire le querele con qualche ragione, si spingono a dire che il terreno per l'abbondanza dei passati secoli affaticato e spossato, non possa oggidì somministrare agli uomini gli alimenti con la cortesia de' primi tempi. Quanto a me, Publio Silvino, tengo tutte queste ragioni per lontanissime dalla verità.”.
Di quanto fossero lontane dalla verità le opinioni comuni del suo tempo, Columella lo dimostra spiegando nei suoi 12 libri di come si possa incrementare le produzioni agrarie tutelando la fertilità. Ci si augura che lo spirito di Columella sia ancora presente fra noi ed orienti in modo positivo chi sta progettando Expo 2015.

Il consueto tocco della campana ha posto fine all'interessantissimo incontro.

                                                                                             
                                                                                              A cura di Massimo Audisio


[1] BP=Before Present (prima di oggi)

giovedì 7 marzo 2013

Incontro do Giovedì 28 Febbraio 2013 presso Societa del Giardino con Lucio Caracciolo : "I Fratelli musulmani: minaccia o risorsa per noi?" Conviviale in Interclub con il RC Milano Settimo

Nella piacevole e tradizionale cornice del circolo Società del Giardino, abbiamo trascorso una piacevole serata ed ascoltato con vivo interesse una ricca ed analitica relazione sul tema “I Fratelli musulmani: minaccia o risorsa per noi?” tenuta dal  Prof. Lucio Caracciolo, Direttore della rivista geopolitica Limes.
L’incontro si colloca sulla linea già tracciata in precedenza dal nostro Presidente Aldo Bottini di confronto e coordinamento con il Club Milano Settimo.
La serata è stata di grande interesse ed il relatore ha saputo dare una lettura del tema, seppur delicato e spinoso, onesta ed estremamente equilibrata.
Anzitutto ha svolto alcune riflessioni su numerosi cambiamenti socio-politici che si sono verificati nell’area a sud del Mediterraneo.
In questo contesto ha osservato che l’Italia gioca un ruolo decisivo sia per la sua collocazione geografica sia per la rete di relazioni che negli anni ha intrecciato.
L’Italia si trova di fatto all’interno di due circuiti: uno è quello europeo, l’altro è quello mediterraneo.
È così da un lato, in Europa, da più parti si ritiene che sia necessario giungere alla Costituzione di una vera e propria Unione Europea.
Dall’altro, nell’ambito mediterraneo, è accaduto ciò che non accadeva da oltre cinquant’anni, in conseguenza di quell’effetto che viene denominato “primavera araba”, cioè sono stati esautorati i regimi in carica.
A differenza del passato, però, caduti i vecchi regimi non ne sono stati costituiti altri nuovi. La verità è che, in questi paesi, lo Stato non esiste, né esiste il senso dello Stato. Ed infatti i poteri forti (i poteri tribali, i poteri economici e i poteri religiosi) hanno preferito non opporsi alle “rivoluzioni che si sono verificate”.
Questi paesi sono però collegati a noi per molti motivi oltre ad essersi di fatto insediati anche qui da noi. Non solo molti cittadini dell’area sud mediterraneo vivono nelle nostre nazioni ma anche i lori leaders Ben Ali, Gheddafi e Mubarak erano espressioni degli stati occidentali.
Ben Ali fu insediato dai servizi italiani. Gheddafi aveva rapporti di amicizia con Andreotti, Prodi e Berlusconi.
A seguito della primavera araba si è creato un grande vuoto.
Le tensioni di cui abbiamo visto le immagini sui nostri giornali e telegiornali rappresentano però coperchi che coprono una realtà nascosta ben più ampia. Per effetto del vuoto geopolitico che si è verificato abbiamo scoperto cose che non conoscevamo. Abbiamo ad esempio scoperto che in quei paesi esistono motivi di conflitto permanente, religioso ma non solo. Il vuoto esistente a livello politico si è reso del tutto evidente: ed infatti la gioventù rivoluzionaria non aveva capi politici.
Chi ha colmato dunque questi vuoti? I fratelli musulmani.
Nati nel 1928 svolsero anzitutto una vera e propria attività di Welfare costruendo scuole, ospedali prestando assistenza alle popolazioni e curando le relazioni industriali in modo parallelo ai sistemi istituzionali. Lo sviluppo dell’organizzazione è stato, negli anni, esponenziale ed oggi, si è rivelata essere la forza più importante del mediterraneo arabo.
È un’organizzazione transnazionale la cui “casa madre” si trova in Egitto e di cui vi sono diramazioni in vari territori.
Al loro interno vi è un ampio spettro di presenze e situazioni.  A capo dell’Egitto oggi è stato eletto il rappresentante dei Fratelli musulmani cioè il Presidente Morsi.
Laurea americana, stretti rapporti con personaggi americani, egli deve fronteggiare il rischio del fallimento di un paese di oltre 90 milioni di persone.
In tale contesto si comprende come la Primavera musulmana nulla aveva a che fare con l’Islam.
La battaglia politica che si è svolta in questi paesi e che ancora oggi, come tutti sappiamo, è in corso, si fonda su aspetti politici ed economici e non, e non solo su tematiche religiose. Le tre principali vie di sostentamento di questi paesi erano: il canale di Suez, le rimesse degli emigrati ed il turismo.
Ed oggi? Siamo forse destinati all’ ”Anarchistan” ?
Noi abbiamo avuto ad est la balcanizzazione dei Balcani, a sud la primavera araba mentre a nord ovest abbiamo la situazione europea he tutti conosciamo. La nostra condizione non è certo invidiabile. Cosa puo’ accadere sulla frontiera meridionale e di conseguenza in casa nostra?
 Vediamo quali sono i competitors dei Fratelli musulmani:
1-      L’opposizione laica
                In questo caso per laica intendiamo quell’insieme di persone che cercano di scalzare il concetto dei Fratelli musulmani quale alternativa politica.                Il fatto però è che l’opposizione laica non intende a partecipare a elezioni politiche sapendo che ne uscirebbero  sconfitti.
2-      Le forze armate
                Queste, per ora, restano in panchina.
3-      I Salafiti
                Sono coloro che considerano l’Islam come la loro guida avendo però in riferimento l’Islam di Maometto.
                Fino a poco tempo fa essi erano solo una corrente di pensiero. Oggi rappresentano circa il 25/30% del corpo  elettorale.
                L’Islam tradizionale mantiene buoni rapporti con i Fratelli musulmani ma bisogna riconoscere che vi è una fortissima competizione con gli stessi.    
                Cosa possiamo fare noi?
                E prima ancora cosa abbiamo fatto?
                Dobbiamo constatare che abbiamo da un lato applaudito alle rivoluzioni e dell’altro, anche in modo goffo,  quando abbiamo visto l’importanza degli eventi siamo intervenuti militarmente (si pensi alla Libia, al Mali e forse  alla Siria).
                La risposta allora a quel delicato quesito è che dobbiamo anzitutto capire con chi abbiamo a che fare e dunque  dobbiamo riprendere a studiare la cultura e le tradizioni locali, a viaggiare ed a costruire relazioni. Gli Italiani  purtroppo hanno dimenticato la vasta cultura arabistica di cui disponevano.
                Il rischio nel seguire strade diverse e nel non confrontarsi e  comprendere le realtà locali è di mettere   repentaglio le relazioni costruite nel tempo e con esse gli approvvigionamenti energetici.
Molte domande dei presenti hanno consentito al nostro relatore di approfondire altri aspetti.
Anzitutto è stato chiesto per quale ragione noi abbiamo tradito gli amici dell’occidente? Quale sia la posizione del Sinai? Di Israele? Della Turchia?
Il Prof. Caracciolo ha argomentato che noi abbiamo tradito solo noi stessi. I regimi sono caduti dall’interno. L’Occidente è in crisi profonda non solo economica e gli americani oltre ad essere occupati su questioni interne si interessano ad altre aree del mondo quali la Cina e l’Asia.
Va anche considerato che i Paesi arabi sono estremamente giovani in termini di età della popolazione. Dobbiamo quindi abituarci a tensioni e forse a guerre civili (pensiamo ad esempio alla Siria dove già si registrano 80/90 mila morti).
Quanto alla Turchia osserviamo che neppure quello turco è oggi un modello di importazione per i paesi del nord Africa.
E Israele? È allarmato o vede favorevolmente i moti rivoluzionari?
In parte gli israeliani sono certamente preoccupati. Per altro verso però constatano con piacere di non avere più alcuno stato ai loro confini: il Sinai non è uno stato e difatti è terra di nessuno, il Libano non è mai stato un vero e proprio stato e la Siria si trova oggi in quella difficile situazione che tutti conosciamo.
Insomma Israele non è più minacciato da nessun “vicino di casa”. Sembra quasi che Israele preferisca non avere nulla intorno a sé, e se Israele la vede così, anche l’America la vede così perchè Israele non è un alleato dell’America ma è una parte dell’America.
E così l’Europa non può uscire dal mercato mediterraneo.
Le relazioni intrecciate, come abbiamo detto non riguardano più i singoli stati, che infatti non esistono più, ma poteri e realtà più ampi che l’Europa non può semplicemente dimenticare.
Il consueto tocco della campana a posto fine all’interessantissimo incontro conviviale.

                                                                                                          A cura di Massimo Audisio
LUCIO CARACCIOLO
Laureato in Filosofia, tesi in storia dei partiti politici su "Rinascita e liquidazione della socialdemocrazia tedesca nella Zona di occupazione sovietica (1945-1946)". Università La Sapienza di Roma, anno accademico 1983-1984, votazione 110/110 e lode. Giornalista professionista dal 1977. Corrispondente parlamentare e poi capo del servizio politico del quotidiano "la Repubblica" dal 1976 al 1983. Editorialista di politica internazionale per "la Repubblica" e per "l'Espresso". Collabora a vari giornali e riviste straniere con articoli di taglio geopolitico. Dal 1986 redattore capo e direttore responsabile della rivista "MicroMega". Dal 1993 direttore di "Limes-Rivista Italiana di Geopolitica", nel periodo 1996-2000 codirige anche "Limes-Revue Française de Géopolitique" e dal 2000 "Heartland - Eurasian Review of Geopolitics". Ha collaborato dal 1983 al 1985 a progetti di ricerca di storia contemporanea con le Università di Mannheim e Berlino (Freie Universitaet). Ha tenuto seminari di geopolitica alle Università di Napoli (Orientale) - anno accademico 1995-'96 - Urbino (dal 1997 a oggi) e S. Raffaele (Milano) (2006-2008). Ha tenuto conferenze presso alcuni fra i più prestigiosi istituti di strategia, dal Centro Alti Studi Difesa di Roma alla Heritage Foundation di Washington. Docente di Geografia Politica ed Economica alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Roma 3 dal 2002 al 2005. Docente di Geopolitica all'Università S. Raffaele (Milano) nel 2006-2007.