giovedì 12 aprile 2012

Incontro con Giovanna Macchi "L'esercizio fisico in pillole: un nuovo farmaco per il benessere e la salute"


Il titolo dell’intervento dell'incontro del 12 aprile 2012 aveva fatto sperare in qualche nuova pasticchina magica che, evitandoci fatiche e sudori, intervenisse beneficamente sul nostro corpo rassodando qui e là senza esagerare dando quel senso di benessere ed anche guadagnando, perché no, in aspetto fisico. Invece no si è trattato di un intervento molto serio e basato su solide esperienze scientifiche raccontato con competenza e simpatia dalla professoressa Macchi che, oltre a praticare lei stessa sistematicamente dello sport, è specializzata proprio in medicina dello sport presso l’università degli studi di Brescia.
Viviamo in una società ricca, mangiamo bene, ci proteggiamo dal clima, freddo o caldo che sia, e tutto ciò si correla ad una aspettativa di vita più lunga. Esiste d’altro canto il rovescio della medaglia, tutte le comodità e le automazioni a cui ci siamo abituati sempre di più hanno aumentato molto i problemi collegati alla sedentarietà.
Recenti ricerche statistiche hanno evidenziato che in Italia il 30 % dei bambini risulta essere sovrappeso ha cioè un IMC = indice di massa corporea superiore a 25 dove l’indice di massa corporea si calcola dividendo il proprio peso per il quadrato della propria altezza (senza tacchi). Questi valori così elevati in percentuali sono conseguenza di una vita troppo sedentaria e di una alimentazione non adeguata e sono gli effetti negativi del benessere (quasi un ossimoro).
La mancanza di esercizio fisico favorisce la comparsa delle malattie cardiovascolari, delle metaboliche causa circa 600.000 morti all’anno.
Al contrario l’esercizio fisico previene le malattie cardiache, l’ipercolesterolemia ed i disturbi dell’apparato locomotore. L’esercizio fisico regolare ha anche il vantaggio di migliorare la qualità della vita, la capacità motoria e quindi l’autostima ed il senso di indipendenza, dona sensazione di benessere, favorisce l’interazione sociale, permette un migliore controllo delle emozioni (minore aggressività, rispetto per gli altri).
Fare esercizio fisico forse non allunga la vita ma sicuramente ne migliora la qualità. Ma bisogna fare attenzione la pillola esercizio fisico va prescritta dal medico ed il dosaggio ottimale è personalizzato.
Quindi è bene fare una serie di controlli prima di avvicinarsi alle attività sportive ad esempio con uno screening cardiologico con:
•        Test da sforzo
•        Ecocardio-color-doppler
•        Eco-doppler TSA e arteriso arti inf.
•        Esami laboratorio (emocromo,funzione renale,elettroliti,profilo metabolico….)
•        Misura PA

Se si vuole svolgere un’attività “sportiva” moderata si possono seguire le seguenti regole.
30’ al dì per almeno 5 giorni/settimana con esercizio aerobico, cioè:
-  lavoro muscolare dinamico
         ampi spostamenti
         grandi masse muscolari
         forza costante
-  energia fornita dalla glicolisi aerobica (zuccheri bruciati dall’O2)
-  intensità moderata.

In pratica:
•        Camminare velocemente
•        Correre lentamente
•        Pedalare in bicicletta in piano
•        Nuotare
•        Sciare (fondo)

In conclusione l’esercizio fisico dona: salute; benessere; serenità; ma deve essere dosato con il medico.
Attenzione allo sport agonistico alle volte è più dannoso che positivo.
Insomma sembrava tutto semplice ma così non è, però le informazioni della professoressa Macchi sono state molto utili ed hanno stimolato molte domande dei soci ed un tema per una prossima conviviale.
Il tocco della campana ha dato il via alla corsetta verso casa.
A cura di Aldo Bottini

giovedì 22 marzo 2012

Incontro con Roberto Lavarini "Gli anziani innamorati"

Una laurea in matematica, poi una in sociologia. Una combinazione esplosiva ed un approccio al sapere apparentemente assai differente.
Invece l’intervento del prof. Lavarini, in occasione dell'incontro del 22 marzo 2012, ci ha fatto ben comprendere come le due materie possono essere funzionali l’una all’altra ed essere integrate in un interessante lavoro di ricerca. La ricerca è stata condotta all’Università IULM di Milano, dove il prof. Lavarini insegna, e ha riguardato il comportamento sentimentale della donna e dell’uomo in età avanzata. La realtà è in continua e rapida evoluzione le ricerche sul campo, come quelle oggetto dell’intervento, servono  proprio per rimanere aderenti a questa realtà ed essere, come università e centri di cultura, gli organismi di riferimento di chi deve prendere decisioni per programmare ed organizzare il futuro. Questa ricerca sociologica ha avuto come scopo definire: emozioni, sentimenti, relazioni personali, modelli di comportamento, i concetti di amore e di amicizia, delle persone nella terza età.

Il lavoro si basa su una casistica molto ampia di interviste che sono state condotte in un lungo periodo di indagine su un campione di soggetti distribuiti su un territorio piuttosto vasto (Milano e dintorni). Metodologicamente il gruppo di lavoro si è riferito a: analisi delle opere di osservatori privilegiati; annunci matrimoniali; di storie di vita; di molte interviste. Gli argomenti trattati sono stati i più vari, dalla famiglia ai rapporti sociali, dalle relazioni degli uomini e delle donne ai rapporti di innamoramento.

Il focus della relazione era l’innammoramento dopo i sessant’anni. Cosa significa innamorarsi a questa età, si è soliti dichiarare il proprio sentimento a questa età, si racconta o meno ad altri i loro sentimenti, cosa cambia nella vita dopo che ci si è innamorati. La ricerca ha inoltre sviluppato un interessante parallelo tra le diverse età. I risultati di questi confronti, rappresentati, come si addice ad un esperto matematico, in grafici cartesiani, hanno evidenziato una certa costanza del comportamento delle persone in relazione a determinate tematiche.


A cura di Aldo Bottini

domenica 18 marzo 2012

Conviviale presso l'OSF - Opera San Francesco per i poveri

Il 18 Marzo 2012 si è svolto l’incontro presso l’Opera San Francesco, cui hanno partecipato il Governatore del Distretto 2040 Ettore Roche, i Presidenti del Gruppo 1 unitamente ad altri Soci in rappresentanza dei rispettivi Club e alcuni soci del Rotaract Milano e dell’Inner Wheel.
Lo scopo dell’incontro consiste nel far conoscere più da vicino la realtà dell’OSF e i suoi sempre più variegati servizi ai bisognosi.
Dopo la celebrazione della messa da parte di padre Annoni presso la chiesa dei Frati di Viale Piave, i partecipanti si trasferiscono nell’Auditorium di Via Kramer  per la consueta presentazione delle attività di O.S.F. e l’aggiornamento sulle nuove iniziative intraprese. 
Padre Annoni fa gli onori di casa e illustra brevemente  le attività di servizio di OSF con le sue attività di mensa e di servizi alla persona tra cui docce e guardaroba, servizi erogati agli interessati a fronte di una tessera legata alla persona. Introduce brevemente gli ospiti, Suor Annamaria, medico e responsabile dell’ambulatorio di Via Antonello da Messina, gestito dall’OSF, e due dottoresse che animano nuove forme di assistenza.
Un filmato, rinnovato rispetto ai precedenti, illustra l’attività dell’ambulatorio dotato di moderne strutture, che consente prestazioni di medicina di base, tra cui anche oculistica e dentistica, e un servizio di farmacia; l’erogazione di assistenza a poveri, immigrati, disadattati che non riuscirebbero altrimenti ad essere assistiti dal servizio sanitario nazionale.
A tal fine vengono dotati di una tessera sanitaria provvisoria, per consentire loro la fruizione dei servizi.  168 medici volontari si alternano nel prestare servizio nell’ambulatorio.
Suor Annamaria evidenzia che tra gli utenti dell’ambulatorio sono in aumento gli italiani delle fasce sociali più deboli. Nel filmato si ha modo di vedere anche il moderno centro di gestione del guardaroba di via Vallazze, con selezione, lavaggio, immagazzinamento dei vari capi di abbigliamento, in grado di attuare 9.000 cambi d’abito all’anno. La sede di Via Kramer è anche strutturata anche con un’area sociale per prestare assistenza nell’ambito di accoglienza, lavoro e servizi sociali, quest’ultimo mirato alla concessione temporanea di alloggi a famiglie bisognose e in particolari difficoltà.

L’attenzione alla persona trova anche la sua concretizzazione, in forme di assistenza legate non solo alla cura dei disagi fisici ma anche dei disagi psichici: a tal fine è stata istituita presso l’ambulatorio un’attività di assistenza psicologica e psichiatrica, che cerca di capire e di risolvere le situazioni di difficoltà in cui si trovano molti immigrati specialmente extraeuropei, provenienti da culture diverse, da situazioni sociali non paragonabili a quelle dei Paesi occidentali,  da condizioni di vita precarie.
Viene evidenziato che molto spesso i disagi fisici tra gli assistiti, sono imputabili non solo a motivi clinici ma spesso anche a cause legate a stress psicologici ed emotivi. Le due dottoresse esperte di psicologia e psichiatria portano la loro testimonianza nell’attività di volontariato evidenziando la grande differenza degli utenti dell’OSF rispetto a quella degli utenti abituali degli studi professionali presso cui normalmente esercitano. Fanno notare che, nell’ambito della loro attività debbano sempre più fare ricorso a lingue straniere per potersi rapportare con gli assistiti e come l’attività presso OSF consenta anche di capire provenienze culturali, sociali, religiose diverse, alla ricerca dell’integrazione non traumatica di queste persone presso la nostra società.
A fine presentazione Padre Annoni illustra gli altri progetti presso dell’OSF in via di definizione:
1) possibilità, per ora allo stato embrionale, di dare vita ad un’analoga struttura a Bergamo.
2) accoglienza notturna.
 
Al termine della presentazione l’uditorio si trasferisce nei locali della mensa dove, avvalendosi delle cucine e della struttura dell’OSF, è stato organizzato il pranzo per tutti i numerosi presenti. Al saluto iniziale delle bandiere fa seguito una breve introduzione prima da parte del Governatore, poi del Club organizzatore dell’evento, il Milano Naviglio Grande S. Carlo,  si susseguono poi le varie portate, servite con efficienza e maestria da un  professionale servizio ai tavoli, per concludersi degnamente con una grande torta su cui spiccano i loghi dell’OSF e del Rotary. Il pranzo anche quest’anno riscuote il pieno interesse gastronomico e la soddisfatta approvazione dei presenti.
Padre Annoni a  fine pranzo, al momento di sciogliere l’assemblea e ringraziare per il supporto ricevuto, ricorda la necessità di conservare lo spirito genuino di carità verso i bisognosi che animò fin dall’inizio il fondatore dell’OSF, fra Cecilio Cortinovis, commemorato da fotografie nell’atto di versare la minestra nella scodella degli ospiti della mensa.
                                                                                                         

A cura del Presidente

giovedì 8 marzo 2012

Incontro con Anty Pansera "QT8: un quartiere da scoprire"




Ancora una volta il racconto di una Milano poco conosciuta, ancora una volta il racconto di una Milano risultato di iniziative coraggiose ed innovative, ancora una volta un racconto in cui la parola costruzione non assume la tonalità cupa dei giorni correnti.

In occasione dell'incontro dell'8 marzo 2012, la professoressa Anty Pansera ci ha portato a spasso per il quartiere QT8 di Milano, che da molti viene denominato “Gallaratese”, mettendo assieme in maniera assai piacevole gli aspetti storici con quelli di architettura e design non tralasciando gli aspetti socio-economici. Un equilibrismo nient’affatto semplice soprattutto se si considera il tempo ridotto che una conviviale concede ai nostri oratori. La prima Triennale del dopoguerra, che si sarebbe aperta nella primavera-estate del 1947, si proponeva di affrontare “i temi che interessano le classi meno abbienti” (arch. Pietro Bottoni). Quell’edizione ha lasciato un segno concreto, alla periferia di Milano, un intero quartiere, che prese nome proprio dalla manifestazione, QT8 ovvero, Quartiere Triennale Ottava.

Si tratta di un quartiere modello dove si proposero unità abitative innovative e dove si coaugularono studi e progetti che avevano caratterizzato la ricerca del Movimento Moderno. La realizzazione di questa serie di strutture residenziali economiche, destinate ad una fruizione di massa, fu resa possibile dall’applicazione di uno stile architettonico razionale, essenziale, funzionalista, la cui bellezza scaturiva dalla semplicità e dalle potenzialità delle tecnologie contemporanee per ottenere i migliori risultati ai minori costi.

Il quartiere fu concepito nell'ambito dell'Ottava edizione della Triennale, che si sarebbe aperta nell’estate 1947. Fu in particolare Piero Bottoni, commissario straordinario della Triennale di Milano, che nel 1945 promosse la realizzazione di questo "Quartiere sperimentale". Il quartiere si situa nella zona nord-ovest della città, al suo interno troviamo il Monte Stella, un'altura artificiale costituita con i detriti degli edifici crollati durante il conflitto e con altro materiale proveniente dalla demolizione degli ultimi tratti dei bastioni.

Successivamente all’accumulo dei detriti è stato realizzato il Parco Montestella, con una superficie di 370000 m² tra zone boschive e prati. Il parco è realizzato su gradoni a salire, collegati da una strada panoramica che, girando attorno al monte, ne raggiunge la parte più alta. Dai punti più alti offre una bella vista della città e del suo hinterland… Solo in caso di visibilità favorevole si riesce a scorgere tutto l’Arco alpino e gli Appennini.

Il QT8 è delimitato a nord da una strada derivata dal Viale Scarampo, ad est dalla Via Serra, a sud da Via Diomede e ad ovest dalla Via Sant'Elia. Superfici: la superficie totale compresa fra le strade periferiche accennate è di 94 ha. Circa; la superficie verde del quartiere è complessivamente di 673.470 mq di cui, 375.694 mq sistemati a parco (campi di gioco per lo svago e il riposo) e 297.776 mq destinati ad orti e giardini. Ogni abitante dispone di mq 80 di verde, quando la media in Milano è di mq 3-5 a cittadino.

La realizzazione del Quartiere richiese diversi anni. Nel quadro generale delle caratteristiche costruttive, tra cui quelle relative all'unificazione modulare basate sui reticoli sovrapponibili si precisava che, fra le eccezioni previste, vi erano quelle per le costruzioni che costituiscono
una unità singola, non riproducibili in serie, come per la Chiesa ad esempio.

Quartiere è diviso in 4 nuclei di circa 4.500 abitanti ciascuno; ogni nucleo è servito da strade periferiche che hanno all’interno percorsi pedonali svincolati da qualsiasi interferenza di traffico; il nucleo è servito da un asilo e da due o tre raggruppamenti di negozi di prima necessità. Due nuclei raggruppati danno vita ad una scuola primaria. Alla saldatura dei 4 nuclei costituenti il quartiere sorge il centro che raggruppa gli edifici commerciati, del culto e dello svago a servizio dell’intero quartiere previsto per una popolazione totale di circa 18.000 abitanti.

Per la realizzazione di questo progetto si adottò lo strumento del concorso; numerosissimi furono i giovani architetti che parteciparono e molti di questi divennero successivamente famosi. Vi furono delle difficoltà nella realizzazione di un così vasto quartiere cittadino, ma i risultati positivi dell'opera sono quelli urbanistici, risultati per i quali si può affermare che in nessun quartiere di Milano esiste un "ambiente" di abitabilità come c'è nel QT8, dove il verde e il paesaggio sono composti con le case e per esse, e dove le migliaia d'alberi piantati garantiscono per il futuro un miglioramento continuo e non un peggioramento della situazione ambientale. Adiacenti ad esso si estendono l'ippodromo, le scuderie, le piste di allenamento che garantiscono una magnifica riserva di verde a sud. Il Lido a sud-est e una fascia di parco creata a nord lo isolano dai quartieri del corso Sempione.

Nel centro si raccolgono gli edifici necessari alla vita collettiva, alla vita spirituale e allo svago; la Chiesa sorge sulla grande piazza con annesso edificio raggruppante la canonica e le organizzazioni religiose. Cinema - ristorante - caffè - negozi - ufficio postale - agenzie di banca sono raggruppati nel centro che è chiuso verso ovest da un fabbricato di 22,75 m. di altezza destinato alla casa collettiva. Un albergo per la gioventù, un club per ragazzi ed un grande tennis coperto sono previsti presso il laghetto ai piedi della collina, un centro sociale INA-Casa presso il campo di gioco.

Il quartiere sperimentale della Triennale ha mantenuto una linea costante di sviluppo da quando il luogo dove doveva sorgere fu scelto. Tre sono essenzialmente i piani successivi del QT8 e corrispondono all’incirca alle epoche delle successive Triennali: 47;-51;-54.

Il 1° piano, del 1946, redatto dagli architetti, nel quale si teneva conto dell’esistenza di un grande lago costituito da una cava nella zona nord-ovest dell’area; attorno ad esso si sviluppava un grande parco di notevole ampiezza e una zona sportiva. La composizione urbanistica era essenzialmente di quattro settori residenziali confluenti in un centro ed una piazza principali e di un ritmo aperto di grandi edifici lineari, orientati con asse eliotermico, periferici rispetto la zona delle costruzioni basse immerse nel verde. In sede di realizzazione di questo progetto fu deciso di costruire nel parco verde due piccole colline.

Il 2° piano, del 1950, studiato dagli architetti P. Bottoni e E. Cerutti, porta il segno di una più densa fabbricazione di case (11 piani) richiesta dal Comune per un maggiore sfruttamento delle aree. Gli elementi lineari si susseguono con un ritmo continuo lungo la Via Scarampo chiudendo tutto il lato nord del quartiere; divengono quattro, in luogo di tre, le case alte nell'angolo sud-est del quartiere. La collina assume una più determinata configurazione; in luogo di una seconda collina è previsto un piccolo lago. La chiesa abbandona lo schema rigido per assumere quello articolato studiato dai vincitori del concorso per il centro religioso. Questo 2° progetto di P.R. del Q.T.8 è entrato a far parte del P.R. di Milano approvato nel 1953.

Il 3° piano, del 1953, studiato dall'arch. Bottoni, è il segno di un inserimento del QT8 nei più vasti problemi cittadini. Ferma restando I'impostazione generale e in particolare quella della zona sud dell’Olona, notevoli varianti sono previste nel settore a nord di essa. La grande collina
diviene, da elemento locale di completamento del quartiere, elemento integrante dell'attrezzatura verde e del panorama urbano della città. Essa costituisce il fondale della nuova grande strada, che dalle autostrade entra in città (nuova via Scarampo) e poi corre ai suoi piedi. La via Scarampo infatti, secondo il progetto studiato dall'Ufficio Tecnico Comunale, diviene una strada di spiccate caratteristiche e attrezzature di traffico veloce dividendosi in piste differenziate per traffico locale e di transito, snodandosi in raccordi di grande e piccolo raggio. Ma la collina, in sé, diviene anche elemento urbanistico residenziale perché nel nuovo progetto si è prevista su di essa una serie di ville di notevole importanza con giardini alternati a strade locali. In questo terzo progetto, a differenza dei due precedenti, avviene un capovolgimento del sistema di alcune strade locali perchè, mentre prima afferivano alle strade periferiche, e in particolare alla via Scarampo, ora affluiscono a strade che si dirigono al centro del quartiere realizzandone così una maggiore unità. Questo terzo progetto costituisce una variante al piano particolareggiato del nuovo P.R. di Milano allo studio per la zona del QT8.

Gli edifici

Al QT8 sono stati realizzati prototipi di architettura straniera (Belgio e Finlandia).
La casa Belga: che purtoppo non esiste più.
Casa Gandolfi in via Diomede 18/2 al QT8, Milano, 1954-55.
La casa è composta da un grande basamento in pietra tagliata al vivo e una soprastruttura
in cemento armato con le camere da letto. Il piano superiore è un volume autonomo trasversale rispetto al basamento ed è sostenuto da pilastri a forma di ‘V’.

È opera di un architetto tutto sommato poco conosciuto, Albert Bontridder, concepita in
diverse combinazioni e versioni, più o meno ampie a seconda della grandezza della famiglia.

Al QT8 sono stati realizzati edifici sperimentali quali:
- l'interessantissima casa Ina Casa di 11 piani col sistema a ballatoio e scala esterna, la prima del genere che sia sorta a Milano e in Italia,
- nonché il primo campo di gioco per ragazzi di Milano.

Tra il 1946 e 1947 si realizzarono le prime case per ospitare chi era rimasto senza tetto: undici modelli diversi di case progettate, con concorso nazionale, da esimi architetti di tutta Italia sotto
la direzione di Piero Bottoni. Questi modelli furono variamente utilizzati nella ricostruzione italiana.

Al QT8 fu realizzato nel 1948 un programma di sperimentazioni di prefabbricazione e
montaggio in cantiere di case a 4 piani. Sono queste le uniche sperimentazioni ufficiali fatte in Italia dal Ministero del Lavori Pubblici, assieme a quelle più limitate fatte a Napoli, che furono del resto una diretta conseguenza di quelle di Milano.

Gio PONTI, durante l'iter della legge di istituzione dell'INA-Casa, criticherà il piano e
la sua ARCHITETTURA giudicata troppo uniforme e scontata, ma la maggioranza dei
migliori architetti dell'epoca parteciperà ai progetti: da Carlo Aymonino a Franco Albini; dai BBPR ai Castiglioni; da Ignazio Gardella a Daneri, a Fagini o Sottsass ….

Fu pure coinvolta una moltitudine variegata di professionisti che comprendeva, oltre
agli architetti, urbanisti, ingegneri, che parteciparono alla realizzazione dei molti quartieri popolari, con i più svariati nomi, disseminati in tutto il territorio nazionale.

Una singolare caratteristica del progetto fu quella di far apporre, su tutti gli edifici realizzati, una targa in ceramica policroma, alcune delle quali realizzate da grandi artisti (quali Burri, Duilio Cambellotti, Cascella, Dorazio…), che alludesse o al tema del progetto o, più in generale, al tema della casa come luogo felice. L'applicazione delle targhe sugli immobili, per le quali erano stabilite le misure, i prezzi massimi e la posizione, era una delle condizioni per il rilascio del certificato di collaudo.

CHIESA intitolata a S.Maria Nascente 1947 – 1955
Via Angelo Salmoiraghi, 2 .
Vico Magistretti e Mario Tedeschi.
Sempre al QT8 nel 1948 Magistretti aveva progettato, insieme a Mario Chessa e Mario Tedeschi,
la casa per reduci. Anche la chiesa del quartiere, a pianta circolare, fu realizzata sulla base di un
progetto vincitore di un concorso.

A pianta circolare con corpi eccentrici, a struttura portante su pilastri di calcestruzzo armato su fondazione a plinti, murature d'ambito e partiture interne in mattoni, copertura a tetto a sezione tronco conica. Descrizione: all'uscita della linea metropolitana rossa del QT8 si scorge all'istante la particolare sagoma della chiesa di Santa Maria Nascente, uno degli edifici più importanti e dall'architettura significativa dell'intero quartiere posto a nord ovest della città.

L'impianto generale del progetto è alquanto innovativo se si rapporta all'iconografia tradizionale dei luoghi di culto; riassumendo, si tratta di un edificio con pianta a cerchi concentrici su asse sfalsato, attraverso i quali si originano il portico a perimetro, l'aula, l'altare, il matroneo, il pulpito ed il battistero.

La forma e la dimensione del lotto hanno suggerito una organizzazione planimetrica particolare, in grado di valorizzare l'area a disposizione e i fabbricati costruiti. La chiesa è orientata, secondo la tradizione liturgica, con l'altare ad est; il sagrato si apre davanti al prospetto principale, rivolto al centro del quartiere. La pianta circolare determina un volume cilindrico, concluso da una copertura conica. Un portico circonda per intero l'aula centrale, all'interno della quale, al livello superiore, è organizzato il matroneo, dove trovano posto l'organo e la cantoria.

La necessità di superare qualsiasi distorsione acustica, anche conseguente alla forma circolare dell'aula, ha ispirato la quinta curvilinea di mattoni forati che si sviluppa al bordo. Una membrana che ricopre e protegge l'intonaco assorbente che riveste l'interno dell'aula, funzionando come una "trappola dei suoni".

Le informazioni ed i commenti sono stati assai di più e la mia ricostruzione ha potuto essere così dettagliata grazie al fatto che la professoressa mi ha gentilmente offerto i suoi appunti che mi sono stati preziosi per ricomporre in modo organico i miei che erano molto meno ordinati.

L’argomento, come sempre quando si parla della nostra città, ha suscitato un certo dibattito e una serie di domande da parte dei soci. Un riconoscimento particolare è andato da parte di tutti all’amico Federico Borelli che, in vista della conviviale, ha voluto fare il turista visitando in anticipo il quartiere facendo anche il cronista all’americana intervistando i residenti del quartiere!


A cura di Aldo Bottini

giovedì 1 marzo 2012

Incontro con il Presidente


Il Presidente, Roberto Vardanega, ha aperto l'incontro del 1 marzo 2012 ricordando l’importanza dei progetti come elemento fondamentale per giustificare l’esistenza stessa del Club e ha illustrato ai Soci la situazione delle varie iniziative in corso proprie del Nord Ovest per le quali si è già stanziato un contributo finanziario: 2 borse di studio A. Spirito – U. Bonapace; Special Olympics; CAM; Contributo RYLA; Accantonamento per “Progetto Milano”; Contributi per i progetti Governatore. A queste si affiancano naturalmente le iniziative distrettuali cui il Club versa i propri contributi, quali la Fondazione Rotary, la Polio Plus e il contributo al Rotary International.

Il Presidente ha poi illustrato la situazione dei nuovi progetti impostati nel corrente anno. Innanzitutto il progetto Ambulatorio dei Guariti, presso l’Ospedale S. Gerardo di Monza, di cui evidenzia la cifra finora raccolta con i più vari contributi; ringrazia tutti coloro che hanno contribuito finanziariamente all’iniziativa, in particolare gli amici tedeschi. Approfittando della gradita presenza alla conviviale del nostro Socio onorario Immo Bennewitz, il Presidente coglie l’occasione per ringraziarlo direttamente per il suo contributo personale che si aggiunge a quello di Martin Schmitt e al Club di Norimberga.

Importante è stato anche l’ottenimento di un contributo da parte del Distretto, sotto forma di sovvenzione distrettuale semplificata (SDS) che evidenzia ancora una volta come il Distretto possa contribuire ai progetti “restituendo” in un certo senso al Club, a fronte di un progetto di servizio opportunamente definito, una parte dei contributi da quest’ultimo versati.

Per quanto riguarda il progetto per la celebrazione dei 45 anni di attività del Club, stabilita per il 21 Giugno in occasione del passaggio delle consegne, il Presidente ribadisce l’intenzione del Club di contribuire al progetto di digitalizzazione di un opera presso la Pinacoteca Ambrosiana: si tratta di un manoscritto di cui esistono solo pochissime copie al mondo, il “Libro degli animali” di un autore arabo del nono secolo A.C.

Nella serata del passaggio, in un locale ancora in corso di individuazione, è prevista la presenza, oltre che del Dott. Jankovic, anche del Monsignore dell’Ambrosiana responsabile del progetto di digitalizzazione che ne illustrerà le caratteristiche e le fasi salienti.

Per quanto riguarda i progetti distrettuali, il Presidente evidenzia inoltre che il Distretto è deciso a impegnarsi nel progetto Acqua Plus, cui il presidente del Nord Ovest ha finora scelto di non contribuire, a favore dell’isola di Haiti, mentre nell’ambito dei progetti del Gruppo 1 sembra particolarmente significativo il progetto, al momento in fase di definizione, per la vaccinazione di numerose bambine del Comune di Milano contro il papilloma virus.

Il Presidente evidenzia, infine, anche l’esistenza del sito internet del Nord Ovest, per una maggiore visibilità delle attività del Club, realizzato a somiglianza di quello distrettuale, dal socio Stefano Riela, cui va il Suo ringraziamento.

giovedì 23 febbraio 2012

Incontro con Don Giampiero Alberti "Religioni a Milano"



Se religione significa: condivisione; capacità di ascolto; interesse nell’altro; modestia; studio ed approfondimento; credo che Don Alberti ce ne abbia dato un magnifico saggio nella serata del 23 febbraio 2012.

Il tema trattato “Religioni a Milano con particolare attenzione ai Musulmani” è a dir poco scottante ma è stato affrontato con estrema serenità dall’oratore che ha raccontato, in un condensato molto ristretto, 25 anni di esperienze trascorse in una attività di affiancamento ed integrazione di molti “nuovi” cittadini della nostra comunità. Don Alberti ha descritto questo lavoro interreligioso di ricerca condotto, all’inizio secondo schemi anche molto approssimativi in quanto non si erano dotati di metodi sperimentati, attraverso l’incontro con persone che provenivano da altre culture e professavano altre religioni.

E’ chiaro a tutti che il processo di integrazione, soprattutto a livello religioso, ci vede tutti coinvolti, non si tratta di una questione privata che riguarda pochi singoli. Dal 1970 in poi in tutta Europa ed anche in Italia sono arrivate centinaia di migliaia di persone (ormai molti milioni) che hanno inciso molto sulla nostra cultura.

Con queste persone sono arrivate le loro religioni e le loro abitudini culturali; Islam, Buddismo, Induismo, sono solo pochi esempi delle tante religioni che si sono radicate nel nostro paese, alcune vengono praticate anche da ex cristiani che, non trovando nella nostra religione la profondità attesa, si sono rivolti ad altri credo. A Milano solamente si contano tra 10 e 12.000 Buddisti.

Storicamente, afferma Don Alberti, negli anni ’90 inizia una forma di organizzazione
strutturata di questi movimenti religiosi. In questi anni la diocesi di Milano era guidata dal Cardinal Martini il quale (come ricorda Don Alberti) usava dire: “ noi e l’islam, questa strana provvidenza che ci interpella!”, indubbiamente un’affermazione che fa molto meditare anche in considerazione delle scelte che il Cardinale ha fatto al termine del suo mandato. Da quel tempo è incominciata un’attività di osservazione, di monitoraggio oltre che di avvicinamento e di scambio. E’ stato possibile verificare che esistono molti gruppi diversi di Musulmani ed i diversi gruppi si concentrano in centri diversi.

E’ emerso che c’è molta poca conoscenza reciproca, sia tra i diversi gruppi, sia tra gli
Islamici ed il nostro popolo. E’ difficile stimolare momenti di riflessione comune sia ad alto livello culturale sia livello culturale più modesto. Occorrerebbe avere maggiore fiducia gli uni negli altri e cercare di percorre la lunga e tortuosa strada che porta dalla multietnicità alla iteretnicità.

Lo scetticismo non è solo da una delle parti; il Popolo Musulmano ha molti problemi perché teme di perdere la propria identità e quindi si chiude nel proprio sistema e nel proprio integralismo usandolo come corazza più che come credo. Nonostante tutte queste problematicità e complessità lo sguardo di Don Alberti e verso il futuro:
“dobbiamo cercare di incontrarci ed avere scambi sui concetti profondi della vita”
“le Religioni hanno in comune l’amore verso Dio e verso il Prossimo”.

Su questi principi si può incominciare a costruire un sistema di convivenza migliore. Prima del tocco della campana non sono mancati interventi che hanno scaldato la platea come in un derby. Fortunatamente le argomentazioni e le maniere erano di tutt’altro profilo.
A cura di Aldo Bottini

martedì 7 febbraio 2012

Incontro con il socio Pietro Pizzoni "i 75 giorni delle Falkland"


Giovedì 2 febbraio 2012 il socio Pietro Pizzoni ci ha ampiamente raccontato di una strana guerra che vide la contrapposizione di Gran Bretagna e Argentina durante il 1982. Oltre all’accurato inquadramento storico e politico complessivo la relazione si è soffermata su alcuni episodi che forse sono stati determinanti per lo sviluppo del conflitto e per la sua conclusione.

Le isole Falkland si trovano in Atlantico di fronte alla punta meridionale del continente americano, a circa 400 miglia ad est dello stretto di Magellano. Sono un arcipelago composto di un paio di centinaia di isolotti e scogli disabitati e di due frastagliatissime isole maggiori chiamate West e East Falkland o, con il più fantasioso appellativo spagnolo, Gran Malvina e Soledad separate tra loro dal Falkland Sound. Il clima è non è dei migliori, molto piovoso, con i gelidi venti provenienti dall’Antartico che spazzano le isole prive di alberi. La pastorizia costituisce l’unica attività per i circa 1800 abita nti di origine scozzese (chiamati kelpers, da kelp, il nome di u n’alga) concentrati quasi tutti a Soledad, di cui metà nella capi tale Port Stanley. L’arcipelago fa parte delle Falkland Islands Dependencies insieme alle desolatissime ed inabitate isole della Georgia Australe e delle Sandwich, Orcadi e Shetland Australi, tutte site più a sud. Le isole furono più volte avvistate nel XVI e XVII secolo da avventurosi navigatori che ne segnalarono la posizione più o meno esatta, ma il primo a sbarcarvi fu l’inglese John Strong nel 1690 che gli diede il nome di Falkland. Il celebre navigatore francese Louis Antoine de Bougainville le visitò e ne prese possesso nel 1763 e per onorare molti dei suoi marinai provenienti da Saint-Malo le battezzò îles Malouines, da cui lo spagnolo Malvinas. Nel 1766, a seguito delle proteste spagnole, la Francia cedette le Malvine alla Spagna come compensazione per le perdite subite dalla sua alleata nella disastrosa guerra dei Sette Anni contro gli inglesi; quando l’Argentina divenne indipendente dalla Spagna ereditò la sovranità sulle isole e iniziò a colonizzarle. Nel 1833 la Gran Bretagna, per poter controllare la rotta verso Capo Horn, fece valere i propri diritti di scoperta e mandò una spedizione che si impadronì delle isole, cacciando il governatore argentino. All’epoca delle navi a carbone, il capoluogo Port Stanley, situato in una baia riparata dai venti, divenne un’importante base di carbonamento. L’Argentina non rinunciò mai alla sovranità sulle Malvine ma non intraprese mai delle particolari azioni diplomatiche per recuperarle. Le isole sono balzate alla ribalta della storia un’unica volta nel dicembre 1914 quando in quelle acque la squadra tedesca dell’Estremo Oriente agli ordini dell’ammiraglio conte von Spee, nel suo periglioso tentativo di raggiungere la Germania, fu distrutta da una più potente squadra inglese al comando dell’ammiraglio Sturdee, inviata di gran fretta dal Primo Lord dell’Ammiragliato W. Churchill per vendicare la sconfitta subita il mese precedente nella battaglia di Coronel, di fronte alle coste cilene, la prima subita dalla Royal Navy dopo secoli di vittorie ininterrotte. Fu il dittatore J. D. Peron nel 1954, un anno prima di essere estromesso dal potere da un colpo di stato militare, che iniziò a sviluppare una campagna propagandistica che presentava le Malvine e la Georgia Australe come parte integrante del territorio argentino, facendo votare dal Parlamento una risoluzione in tal senso. Nel 1964 la vertenza approdò alle Nazioni Unite e l’anno successivo le Falkland-Malvine furono inserite nella lista dei territori conquistati in epoca coloniale dove la potestà era stata tolta alle popolazione originarie. La Gran Bretagna ha sempre reagito respingendo la tesi e invocando il principio dell’autodeterminazione degli abitanti.
Nel 1976 ci fu un nuovo colpo di stato militare e il potere fu preso dal comandante dell’esercito generale Videla che diede il via ad una feroce repressione degli oppositori, sia di sinistra sia peronisti. A Videla successe il generale Viola e poi il generale Galtieri. Il regime militare, per distrarre il paese dalla repressione interna e dal progressivo peggioramento dell’economia, esasperò i toni nazionalisti della contesa. Un’avvisaglia di quanto stava per succedere c’era stata quando, nel marzo 1982, un gruppo di militari argentini, travestiti da operai mandati per recuperare i rottami metallici di una base baleniera nella Georgia del Sud, aveva issato una bandiera argentina. Degli scontri molto gravi erano avvenuti quando un piccolo guardacoste era stato inviato per ristabilire la legalità, ma il ministero degli Esteri non si era seriamente preoccupato dell’avvenimento e non aveva saputo trarre delle conclusioni, anche se ormai erano state segnalate delle manovre di concentrazione delle forze navali argentine. L’unico provvedimento preso fu di inviare il 27 marzo il sommergibile nucleare d’attacco Spartan in zona per monitorare la situazione. Nel pomeriggio del 2 aprile 1982, quando una task force argentina si presentò davanti a Port Stanley, nessuna azione di contrasto poteva essere intrapresa. I satelliti spia americani avevano segnalato l’inizio dell’operazione solamente il giorno prima suggellando una grave sconfitta per il Foreign Office e i servizi segreti inglesi, e per quelli americani pure. Il generale Mario Benjamin Menendez sbarcò le sue truppe costringendo alla resa la piccola guarnigione di Royal Marines – che non rinunciarono al beau geste di sparare qualche colpo e di ferire alcuni invasori – e la capitale fu ribattezzata Puerto Argentino. Contemporaneamente fu occupata la Georgia del Sud ed anche in questo caso i ventidue marines lasciati di guarnigione reagirono con le armi prima di arrendersi. Il generale Leopoldo Fortunato Galtieri aveva portato il suo colpo ed adesso si mise ad aspettare la reazione britannica.

Le forze in campo. La Giunta militare argentina contava di mettere il governo britannico di fronte al fatto compiuto e di trascinarlo in una contesa diplomatica, avendo però in mano la carta potente del possesso delle isole. Contava sulla solidarietà dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), sull’applicazione da parte degli Stati Uniti della dottrina Monroe (“l’America agli americani”), sulla volontà del presidente Reagan di
mantenere il continente americano lontano da una possibile, in caso di
contrasto, interferenza sovietica e sulle difficoltà della Gran Bretagna ad
imbastire una reazione militare a così lunga distanza dalle sue basi. In
effetti il governo di Margaret Thatcher aveva da tempo, per motivi di bilancio,
mutato la dottrina di intervento della Royal Navy abbandonando ogni velleità di
difesa imperiale. Adesso le risorse, integrate nelle dottrine difensive della
NATO, erano state dirottate sulla risposta nucleare basata sui quattro sommergibili atomici della classe Resolution armati di missili Polaris e l’ultima delle grandi portaerei, l’Ark Royal con i suoi caccia Phantom, era stata mandata in disarmo. Delle forze armate argentine i servizi d’informazione
sapevano tutto. La Marina possedeva una portaerei leggera, la Veinticinco de
Mayo, fabbricata dagli inglesi con il nome di Venerable durante l’ultimo
conflitto mondiale, e un paio di moderni caccia lanciamissili, per il resto
relitti antidiluviani e naviglio minore: quindi non costituiva alcun problema
ed era destinata a restare chiusa in porto per timore dei sommergibili britannici. Però recentemente l’Aviazione di Marina aveva acquistato dalla Dassault francese quattordici bombardieri Super Étendard, di cui sette già operativi, armati però solamente di cinque Exocet, i micidiali missili
anti-nave.
La Fuerza Aerea Argentina (FAA) era ben organizzata e
poteva contare su un buon numero di aerei moderni, ma era addestrata alla
guerra terrestre e non era preparata ad una guerra aeronavale. Pochissimi aerei
possedevano l’apparecchiatura per il rifornimento in volo e c’erano solamente
su due aerei cisterna. Gli aerei d’attacco erano una novantina di bombardieri
Skyhawk, una cinquantina di intercettori Mirage III e Dagger (copia israeliana
del francese Mirage). Inoltre erano disponibili una cinquantina di Pucarà
(aereo biturbina leggero anti guerriglia di costruzione argentina) e una
dozzina di addestratori Macchi MB.339, aerei che potevano essere trasformati
facilmente in bombardieri, sia pure con un ridotto carico bellico.
L’Esercito aveva in dotazione un’ampia varietà di armamenti moderni, che naturalmente furono portati sull’isola di Soledad dove si concentrò la resistenza argentina: carri armati leggeri francesi AMX e i TAM di fabbricazione argentina, blindati francesi e americani per il trasporto
truppe, autocarri e fuoristrada Mercedes adattissimi per i tratturi dell’isola,
cannoni Bofors, OTO-Melara e Breda, sistemi anti-missili, missili anti-nave
Exocet. La preoccupazione maggiore per gli inglesi era che la conquista di
Soledad costasse molte perdite alla loro fanteria, ma non tardarono a scoprire
che gran parte del presidio di occupazione, circa 10.000 uomini come si apprese
in seguito, era costituito da poco bellicosi soldati di leva.
La Gran Bretagna prese rapidamente le sue decisioni: il 4 aprile ci fu una riunione dell’Esecutivo a Downing Street. La premier Thatcher, contando sulla solidarietà del presidente Reagan e sull’assicurazione dello
Stato Maggiore in merito al successo dell’operazione, prese la decisione – in
puro stile Churchill, l’uomo politico che tanto ammirava – di inviare una spedizione
a riconquistare le Falkland, confermando l’appellativo di Iron Lady che la
stampa le aveva affibbiato. Il giorno successivo tagliò la testa del ministro
degli Esteri Lord Carrington, colpevole di non aver saputo prevedere
l’invasione.
Le risorse della nazione furono mobilitate. Il nerbo della spedizione era composto dalla portaerei leggera Invincible e dalla vecchia portaerei d’assalto Hermes, ambedue armate di aerei a decollo verticale Sea-Harrier e di elicotteri; poi c’erano 2 navi d’assalto anfibie, 8 caccia
lanciamissili, 15 fregate e 6 navi da sbarco insieme a numerose navi cisterna e
da rifornimento della Royal Navy. Inoltre furono requisite per la spedizione
più di 40 navi mercantili tra portacontainer, navi traghetto e cisterne, senza
dimenticare i transatlantici, due per il trasporto truppe, tra cui il Queen
Elisabeth II da 67.000 tonnellate, e uno trasformato in nave ospedale. Già il 5
aprile le prime navi iniziarono a partire. Furono anche inviati, per bloccare
le coste argentine, sei sommergibili di cui cinque nucleari. La Royal Air Force
mise a disposizione uno squadrone di Harrier, bombardieri Vulcan – superati ma
ancora adatti ad operare in quelle circostanze – con base nell’isola di
Ascensione situata nel centro dell’Atlantico meridionale, aerei Nimrod per la
ricognizione, aerei di rifornimento Hercules e gruppi di elicotteri.
L’esercito inviò quanto di meglio aveva a disposizione: due gruppi corazzati del chicchissimo reggimento Blues and Royal con un ampio supporto d’artiglieria, due Commando dei Royal Marines, alcune squadre di forze speciali del famoso Special Air Service (SAS) e del meno conosciuto ma
altrettanto micidiale Special Boat Squadron (SBS) specializzato in operazioni
anfibie, due battaglioni del Parachute Regiment e una Brigata di fanteria su
tre battaglioni: 2nd Scots Guards, 1st Welsh Guards e 1° Battaglione del 7th
Duke of Edinburgh’s Own Gurkha Rifles.
Non fu naturalmente trascurata l’iniziativa diplomatica.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò una Risoluzione che intimava all’Argentina il ritiro immediato dall’arcipelago invaso, senza che l’URSS ponesse il suo veto. Il Segretario di Stato americano Haig iniziò tra l’8 e il 19 aprile una serie di viaggi a Londra e a Buenos Aires, cercando di far approvare un compromesso tra sovranità e amministrazione. Alla fine dovette
ritirarsi dopo aver costatato la rigidità delle parti: l’Argentina chiedeva che
preliminarmente fosse riconosciuta la sua sovranità sulle Malvine; la Gran
Bretagna voleva che fosse ritirata la forza d’occupazione dalle Falkland.
Reagan non mancò di far conoscere a Galtieri la sua forte irritazione. In seno
all’OSA c’erano molte simpatie per la posizione argentina – Cuba divenne
un’accanita sostenitrice delle ragioni del regime militare violentemente
anti-comunista – ma la clamorosa azione di sbarramento di un’ex colonia
britannica, Trinidad e Tobago, le antiche ruggini tra gli stati sudamericani e
l’irritazione americana impedirono che queste simpatie si traducessero in una
decisiva ed efficace azione diplomatica. La Comunità Economica Europea dichiarò
l’embargo delle forniture militari e applicò delle sanzioni economiche
all’Argentina chiedendo il rispetto della Risoluzione dell’ONU.
La nazione sudamericana, trovandosi priva di alleati che
la potessero aiutare concretamente, si rivolse all’URSS che colse naturalmente
l’occasione di creare una frattura nel mondo occidentale. I sovietici non
avevano l’intenzione e la possibilità di impegnarsi militarmente in una zona
così lontana e offrirono quello che avevano a disposizione: informazioni. La
flotta inglese era costantemente seguita da sottomarini e navi-spia sovietiche
che inviavano rapporti su quanto riuscivano a captare e, durante il periodo
della crisi, furono lanciati dal cosmodromo di Baikonur nello spazio sette
satelliti fotografici o per intercettazione di frequenze radio e radar. Tutte
le informazioni sul dislocamento della flotta arrivavano dall’URSS a Luanda in
Angola e da qui all’ambasciata sovietica a Buenos Aires che le trasmetteva allo
Stato Maggiore argentino. Analoga azione era naturalmente effettuata dagli
Stati Uniti a favore della Gran Bretagna.
Il maggior successo ottenuto dal regime militare fu l’appoggio incondizionato dell’opinione pubblica nazionale. Tutto il paese si strinse intorno al governo, simbolo della Nazione, schierandosi a favore
dell’occupazione delle Malvine: i rivoluzionari Montoneros alla macchia sospesero
la guerriglia, le madri dei desaparecidos, vittime dell’azione violenta del
regime, bloccarono la loro protesta e l’iniziativa propagandistica di “donare
l’oro alla patria” raggiunse un indubbio buon risultato.

Le azioni preliminari. Mentre la flotta britannica con il suo treno logistico – il più imponente dalla fine della Seconda guerra mondiale – si stava trasferendo nelle acque dell’isola di Ascensione, il governo inglese prese delle decisioni volte ad impedire agli argentini di poter continuare a
rifornire la guarnigione. A partire dal 12 aprile, fu annunciato che una fascia
di 200 miglia intorno alle Falkland sarebbe stata considerata zona di guerra, con tutte le
conseguenze per le navi che si avventuravano in quelle acque; l’8 maggio il
blocco navale fu esteso fino al limite delle 12 miglia, le acque
territoriali argentine. La seconda disposizione fu di estendere la zona di
interdizione allo spazio aereo. Questa gradazione di annunci, volta ad intimidire gli avversari, aveva anche lo scopo di stimolare l’azione diplomatica così come,
probabilmente, la prima azione di guerra. Il 25 aprile una task force inglese
si presentò al largo della Georgia del Sud, gli elicotteri colpirono il
sommergibile Santa Fe, che fu fatto arenare dall’equipaggio, e i marines
sbarcarono catturando il presidio.
I generali della giunta non reagirono a queste azioni
così come si limitarono a prendere atto che Washington interrompeva
ufficialmente i suoi sforzi di mediazione tra le parti e che Reagan, parlando
con la stampa, definiva ormai gli argentini come “aggressori”. Forse, pensavano
che non essendo ancora partiti dall’Inghilterra i transatlantici con le truppe
a bordo di avere ancora del tempo a disposizione ma una decisione durissima
presa dalla signora Thatcher li obbligò a reagire.
Il 2 maggio, un mese esatto dopo l’invasione, il
sommergibile nucleare Conqueror riferì che l’incrociatore General Belgrano,
scortato da alcune navi minori, si trovava nello spazio marittimo tra la Terra
del Fuoco e le Falkland a circa 36 miglia fuori dalla zona di interdizione e
sembrava fare rotta verso l’arcipelago. L’incrociatore era l’ex americano
Phoenix, varato nel 1938 e per quanto rimodernato non costituiva una grande
minaccia, anche se contemporaneamente da nord si stava muovendo la Veinticinco
de Mayo, come se volessero prendere a tenaglia la flotta inglese. Il Gabinetto
di Guerra diede l’ordine al sommergibile di affondare la nave nemica. Un paio
di siluri colpirono il General Belgrano che iniziò in breve tempo ad affondare
mentre gli oltre mille uomini d’equipaggio scendevano nelle poche lance di
salvataggio e zattere che erano riusciti a calare o si buttavano nelle acque
gelide. Le unità di scorta si allontanarono per non essere colpite a loro
volta. Le conseguenze furono che 321 marinai persero la vita. Un’ondata di
furore colpì l’Argentina con i giornali che accusavano gli inglesi di
assassinio e con l’opinione pubblica che chiedeva vendetta. I militari decisero
a questo punto di reagire mettendo a segno un colpo che colse gli avversari
completamente di sorpresa

I primi scontri. Nel pomeriggio del 4 maggio, un martedì, il caccia lanciamissili Sheffield, un’unità di 4100 tonnellate con sette anni di vita, precedeva insieme ad altri caccia come nave di picchetto radar la flotta di una trentina di miglia. Sugli schermi radar improvvisamente apparvero
a una sessantina di miglia le tracce di aerei in avvicinamento. Dopo neanche un
paio di minuti gli apparati segnalarono di aver captato la trasmissione di un
radar di guida puntato: un missile si stava dirigendo contro il caccia. Il
comandante fece accostare d’urgenza la nave nel tentativo di offrire un
bersaglio più ridotto ma nei pochi secondi che mancavano all’impatto non ci fu
tempo per lanciare il chaff (striscioline metalliche destinate a creare falsi
echi sui radar avversari) e i fires (artifici pirotecnici che producono energia
infrarossa che attrae i missili) o per localizzare l’attaccante sui radar di
tiro del sistema missilistico terra-aria Sea Dart. Il missile fu visto arrivare
velocissimo, quasi alla velocità del suono, sul pelo delle onde a dritta dello
Sheffield, penetrò nello scafo ed esplose trasformando il caccia in un rogo
infernale che costrinse l’equipaggio ad abbandonare la nave quando le fiamme si
avvicinarono al deposito dei missili. Una ventina di marinai risultarono
dispersi. Dopo sei giorni di inutile lotta contro l’incendio, il relitto
lentamente trainato verso l’Antartico affondò.
Era stata una coppia di Super Étendard, riforniti in volo
da un aereo cisterna, ad avvicinarsi alla velocità di 1200 chilometri
orari, volando bassissimi per essere individuati dai radar il più tardi
possibile, a lanciare i loro missili Exocet. Questo missile, che vola a 2-3 metri dalla superficie
del mare, è del tipo fire-and-forget in quanto il pilota dell’aereo, una volta
eseguito il puntamento ed acquisito il bersaglio sul suo radar, si può
dimenticare del missile lanciato che procede autonomamente puntando al
bersaglio. La fregata Yarmouth, che aveva avuto qualche momento in più a
disposizione, era invece riuscita ad attivare le contromisure elettroniche e a
deviare il missile a lei destinato.
La perdita dello Sheffield dimostrò che non si sarebbe
trattato di una passeggiata. La task force britannica mancava di ricognitori.
Gli aerei Nimrod non erano ancora arrivati e avrebbero comunque dovuto operare
da Ascensione a tremila miglia di distanza con limiti di autonomia. Gli inglesi
non avevano i Boeing 707 AWACS come gli americani o una portaerei da cui
lanciare i ricognitori E-2C Hawkeye: le navi di picchetto radar costituivano loro stesse degli ottimi
bersagli – come accadde pochi giorni dopo al caccia lanciamissili Glasgow che
rimase gravemente danneggiato da una bomba che non era esplosa – ma erano
l’unica soluzione che avevano a disposizione, anche se le stecche dell’ombrello
di avvistamento protettivo erano troppo larghe e permettevano agli avversari di
penetrare in profondità.
Gli inglesi presero a bombardare i pochi obiettivi dell’arcipelago – Port Stanley con il suo aeroporto e le apparecchiature radar intorno alla capitale – con i Sea-Harrier e i Vulcan e a sbarcare gruppi di
incursori per conoscere il terreno e la disposizione delle forze. Gli avversari
reagirono con continui raid, riuscendo a danneggiare un paio di fregate in modo
non definitivo, mentre nei duelli aerei
i Sea-Harrier mostravano di poter
contrastare validamente le incursioni
dei temuti Mirage e Dagger, che riuscivano ad operare sull’arcipelago per pochi
minuti al limite della loro autonomia. Gli Harrier erano più lenti degli
intercettori nemici ma possedevano una grande manovrabilità. Potevano quindi
evitare facilmente gli avversari che volavano ad alta velocità e potevano
attaccare anche frontalmente con i loro missili Sidewinder aria-aria a guida
termica. La loro relativa velocità li rendeva invece più vulnerabili alla
contraerea argentina: i dieci caccia persi dagli inglesi alle Falkland furono
tutti abbattuti da missili terra-aria o dal fuoco contraereo. La ricognizione
scoprì che gli argentini avevano creato un paio di piste di volo da cui
potevano decollare i piccoli bombardieri Macchi e Pucarà che avevano trasferito
dal continente. Il 14 maggio un gruppo di incursori appartenenti al SAS e al
SBS attaccarono una di queste piste, posta nell’isolotto di Pebble,
distruggendo sei Pucarà, altri quattro piccoli aerei e un deposito di
munizioni, per poi allontanarsi a bordo degli elicotteri.

Le operazioni terrestri. Ormai tutto era pronto per
l’attacco a terra. Gruppi di SBS erano sbarcati a Soledad per dirigere da terra
il fuoco di preparazione delle navi. Il 21 maggio nella baia di San Carlos,
sulla costa nord occidentale dell’isola all’imbocco del Falkland Sound, dalla
parte opposta di Port Stanley, le prime unità di marines e di paracadutisti
sbarcarono dagli elicotteri. La resistenza dei fanti argentini fu poca cosa:
gli attaccanti, con la perdita di 48 soldati, ottennero la resa dell’intero
presidio, un migliaio di soldati. La tattica che gli argentini stavano attuando
non era per nulla flessibile, in quanto prevedeva la difesa dei punti di sbarco
solamente con postazioni statiche, senza far intervenire i temuti carri armati
– le loro armi migliori di cui avevano la superiorità almeno nei momenti
iniziali dello sbarco – che restarono concentrati nella parte orientale
dell’isola intorno alla capitale. L’unica reazione venne dall’aviazione. Ondate
di Mirage, Dagger e Skyhawk si riversarono dal continente contro le navi che
difendevano le zone di sbarco. Furibondi duelli aerei si svolsero nel cielo con
i Sea Harrier che prevalevano sugli avversari, mentre salve di missili
antiaerei erano lanciate sopra la testa di ponte. Il transatlantico Canberra,
che trasportava i paracadutisti e i marines, circondato e difeso da unità
dotate del moderno sistema antimissile Sea Wolf, fu preso di mira ma non venne
colpito. Da dietro le alture che dominavano il Falkland Sound sbucarono a volo
radente dei Pucarà che colpirono con una serie di razzi la fregata Ardent, una
moderna unità di 3250 tonnellate, che qualche ora dopo affondò. Trascorsi due
giorni, il 23 maggio, vicino alla testa di ponte un’altra fregata della stessa
classe, l’Antelope, subì uguale sorte.
Il 22 maggio, costatata la scarsa reattività delle truppe
avversarie, gli inglesi fecero sbarcare a San Carlos i restanti marines e
paracadutisti, portando il totale degli uomini a terra a cinquemila,
accompagnandoli con mezzi corazzati e artiglieria. La direttrice di marcia
verso Port Stanley partiva da San Carlos e conduceva alla località di Teal
Inlet. L’avanzata era lenta e difficile data la mancanza di strade, il terreno
paludoso e cedevole, i campi minati e le continue piogge; inoltre con
l’avvicinarsi dell’inverno il buio scendeva molto presto e i venti antartici
portavano alla sera un gelo intenso. I genieri a fatica riuscirono però a realizzare
una pista per gli Harrier, utilizzando piastre d’acciaio per il fondo, anche se
il terreno spugnoso imbevuto di acqua e fango sprofondava.
Il 25 maggio, il secondo martedì nero, quattro Skyhawk
centrarono e affondarono il caccia lanciamissili Coventry, in servizio da soli
quattro anni, causando 26 morti tra l’equipaggio. I Super Étendard riuscirono
ad arrivare ad una ventina di miglia dalla flotta e a lanciare i loro Exocet:
questa volta colpirono il portacontainer Atlantic Conveyor di 15.000 tonnellate
che prese subito fuoco e affondò. La grande nave era stata trasformata in
bacino in un trasporto aerei e imbarcava venti Sea Harrier, una diecina di
elicotteri di vario tipo e una grande quantità di rifornimenti: anche se gli
aerei erano stati già trasferiti, l’affondamento causò un danno gravissimo, in
particolare per quanto riguarda la perdita di tre grandi elicotteri Chinook da
trasporto. Dodici marinai persero la vita tra cui il capitano, un veterano che
era stato silurato due volte durante il conflitto mondiale.
Il 27 maggio un commando di marines e il 2° battaglione
paracadutisti sbarcarono a Darwin e a Goose Green sulle sponde opposte dello stretto istmo che
unisce la parte nord e quella sud di Soledad. Goose Green era fuori dalla
direttrice di marcia verso la capitale e distava verso sud circa 40 chilometri in
linea d’aria da San Carlos, ma in quella località c’era una pista della FAA da
cui partivano i Pucarà. L’avanzata dei paracadutisti e dei marines verso Goose
Green cozzò contro le difese predisposte in questa località e per la prima
volta, il 28 maggio, intervennero le forze corazzate argentine. Ci fu una
battaglia che durò tre ore e alla fine i duri professionisti inglesi ebbero la
meglio sui difensori argentini che persero più di duecento uomini mentre un
migliaio furono presi prigionieri. Quel giorno l’Inghilterra pianse il suo
eroe: il ten. col. Herbert Jones, comandante del battaglione paracadutisti,
caduto alla testa dei suoi uomini e decorato con la Victoria Cross. Le
inaspettate perdite navali stavano preoccupando l’opinione pubblica inglese,
mentre iniziavano a tornare in patria i primi feriti. La stessa stampa, pur
conservando un atteggiamento fortemente patriottico, incominciava ad avanzare
qualche critica. La mazzata peggiore doveva ancora arrivare. Per rinforzare le
truppe a terra, la brigata di fanteria imbarcata sulla Queen Elisabeth II si
stava trasferendo sulle navi da sbarco di fronte alla località di Fitzroy: era
l’8 giugno, che verrà ricordato come il terzo martedì di sangue. Si trattava di
un’operazione lunga e pericolosa, resa complessa dalla perdita dei grandi
elicotteri Chinook dell’Atlantic Conveyor. Le navi da sbarco stazzavano 5670
tonnellate e appartenevano alla classe “Sir” in quanto portavano i nomi dei
Cavalieri della Tavola Rotonda. La Sir Tristram e la Sir Galahad avevano
imbarcato una parte del battaglione delle Guardie Gallesi quando ci fu un raid
aereo devastante. La fregata Plymouth fu gravemente colpita mentre la Sir
Galahad e la Sir Tristram avvamparono. La prima affondò dopo alcune ore, mentre
sulla seconda l’incendio fu alla fine domato; lo scafo gravemente danneggiato
fu rimorchiato in Inghilterra dove la nave venne ricostruita. Tra soldati e
marinai ci furono 56 morti e più di un centinaio di feriti gravi. La scena
apocalittica delle navi che avvampavano e degli uomini che si buttavano nelle
acque gelide fu seguita da molti giornalisti. Le loro cronache fedeli turbarono
l’opinione pubblica ma quella giornata costituì il canto del cigno
dell’aviazione argentina che non riuscì più a causare danni alla Royal Navy.
L’intero corpo di spedizione britannico si era ormai
attestato sui colli che circondavano Port Stanley a ridosso del perimetro
esterno di difesa argentino. L’attacco partì nella notte tra l’11 e il 12
giugno accompagnato dal volo radente degli elicotteri armati di razzi e
mitragliatrici e dal fuoco dei cannoni terrestri e da quelli delle navi. Il
caccia Glamorgan della classe “County” fu gravemente danneggiato, con la perdita
di 13 uomini, da un Exocet sparato da terra, mentre effettuava un
cannoneggiamento delle difese intorno alla capitale. La linea esterna non resse
a lungo e fu sfondata fino a una profondità di otto chilometri. Menendez tentò
invano di ristabilire la situazione contrattaccando con le sue ultime riserve.
La sera del 13 ci furono violenti combattimenti sugli ultimi colli tenuti dagli
argentini che furono attaccati dai paracadutisti e dalle Guardie Scozzesi. La
mattina del 14 gli inglesi raggiunsero le prime case di Port Stanley mentre gli
ultimi difensori si ritiravano vicino all’aeroporto. La sera, dopo un incontro
tra il comandante delle forze inglesi generale Jeremy Moore e Menendez, fu
proclamato il cessate il fuoco con decorrenza dalle ore 23.59. Alle due del pomeriggio del 15 giugno fu
firmata la resa ufficiale del presidio e le Malvine tornarono Falkland dopo 75
giorni. La conquista dell’arcipelago era costata 649 morti e 1068 feriti agli
argentini e 255 morti e 777 feriti agli inglesi; anche tre kelpers persero la
vita.
Il generale Galtieri non resse all’onta della sconfitta:
nel giugno di quello stesso anno, i suoi camerati generali lo sostituirono con
il generale Bignone. Poi la giunta militare restituì il potere ai civili e
nell’ottobre 1983 ci furono delle libere elezioni.

Caratteristiche di alcuni aerei, navi o armi impiegati

Dagger – Versione israeliana del Mirage III costruita per
l’esportazione. Alle Falkland furono utilizzati come caccia-bombardieri e 11
furono abbattuti.

Exocet – Missile antinave lanciato da navi, da terra e
dall’aria, sviluppato dalla società francese Aérospatiale, ha avuto un grande
successo commerciale per il prezzo relativamente economico. Tutte le versioni
sfruttano un sistema di guida inerziale nella prima parte del volo e un sistema
di guida radar attiva nella seconda, mentre un radaraltimetro gli permette di
volare a bassa quota. Entrato in sevizio nel 1974, al tempo della guerra delle
Falkland era ancora abbastanza sconosciuto. Velocità max: 0.93 Mach.

Harrier GR.3 – Aereo d’attacco e da caccia, a decollo e atterraggio verticale/corto (V/STOL-Vertical/Short Take Off and Landing), sviluppato dalla British Aerospace, è stato adottato dalla RAF e dal corpo dei Marines degli USA. Nella versione Sea Harrier, che ha alcune caratteristiche
diverse da quella terrestre, è in servizio nella Royal Navy e in alcune altre Marine, tra cui quella italiana. L’aereo non richiede lunghe e vulnerabili piste pavimentate e può essere decentrato ovunque, anche vicino al campo di battaglia. Alle Falkland questi tipi di aerei sono riusciti ad abbattere 25 velivoli argentini senza subire perdite nei combattimenti aerei; 6 Harrier e
4 Sea Harrier sono stati invece abbattuti da missili terra-aria e dalla contraerea. Gli
aerei risultano carenti per quanto riguarda l’autonomia e il carico bellico. Velocità max: 1.175 km/h a livello del mare; Mach 1.3 in quota e in leggera picchiata.

HMS Hermes – Portaerei d’assalto di 28.700 tonnellate varata nel 1953, nave ammiraglia durante le operazioni alle Falkland. Imbarcava 37 aeromobili tra Sea Harrier ed elicotteri Sea King.

HMS Invincible – Portaerei leggera di 19.000 tonnellate varata nel 1977. Durante la guerra delle Falkland imbarcava 10 Sea Harrier e 9 elicotteri Sea King. Il 30 maggio fu l’obiettivo di un’incursione durante la quale le fu lanciato contro l’ultimo missile Exocet dei cinque a disposizione dell’aviazione argentina, che fu deviato dalle contromisure elettroniche.

Mirage III – Aereo da caccia e d’attacco costruito dalla francese Dassault, entrato per la prima volta in servizio nel 1961 e venduto in varie versioni in molti paesi, tra cui Israele e Argentina. Ottenne una gran fama per le numerose vittorie ottenute dagli israeliani sui Mig 21 egiziani e siriani. Ha un motore pesante e dal consumo elevato, che riduce il carico pagante e il raggio d’azione: alle Falkland la sua permanenza sull’arcipelago era di soli 15 minuti. Velocità max: Mach 1.14 a livello del mare, Mach 2.2 a 11.000 m. Durante la guerra, dove furono utilizzati unicamente come intercettori, ne furono abbattuti 3.

HMS Sheffield – Cacciatorpediniere lanciamissili modello 42, faceva parte di una classe di 14 unità unitamente al gemello Coventry, anche lui affondato alle Falkland. In quelle operazioni erano presenti altri tre navi della stessa classe: Cardiff, Exeter, Glasgow. Questi destroyers, varati tra il 1972 e il 1980, stazzano 4100 tonnellate e imbarcano due elicotteri Lynx.

Sidewinder – Missile americano aria-aria a corto raggio a guida infrarossa, è considerato il sistema d’arma di maggior successo della sua categoria. Quando il missile aggancia il bersaglio si dirige autonomamente sulle emissioni di calore (infrarosse) dello scarico dell’aereo agganciato. È
prodotto da varie industrie.

Skyhawk-McDonnell Douglas A4 – Aereo d’attacco ideato per la US Navy, è stato uno degli aerei di maggior successo del dopoguerra ed è rimasto in produzione dal 1956 al 1979. L’Argentina possedeva 75 modelli per l’aviazione e 16 per la marina e li utilizzò ampiamente alle Falkland perdendone 22. Velocità max: 1.083 km/h con il carico bellico.