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venerdì 1 novembre 2013

Incontro di Giovedì 17 Ottobre 2013 con Pietro Pizzoni : "Le Termopili della Legione"

Come di consueto il nostro socio Pietro Pizzoni ci ha intrattenuti giovedì scorso raccontandoci un episodio storico: La leggendaria battaglia delle Termopili, svoltasi nel 480 a.C., che ha brillantemente e sagacemente esposto con la sua usuale passione. “O straniero, annuncia agli Spartani che qui giaciamo, ubbidienti alle loro leggi”. È questa, secondo varie testimonianze tra cui quella di Erodoto, l’iscrizione che fu posta sulla tomba dei trecento spartani comandati da Leonida caduti alle Termopili, nel 480 a. C., nel tentativo di arginare l’invasione persiana. L’epigramma, attribuito a Simonide, è ancora noto come simbolo di eroismo e di totale dedizione alla Patria. Nella traduzione, non del tutto letterale che ne fa Cicerone, è ancor più accentuato il carattere sacrale della Patria e delle sue leggi: “ Dic, hospes, Spartae nos te hic vidisse iacentis, dum sanctis patriae legibus obsequimur”. Molte nazioni, soprattutto in epoca moderna, hanno fatto ricorso al mito eroico di un gruppo di uomini, che si battono anche fino all’estremo sacrificio contro un numero soverchiante di nemici, per farne un muro portante dell’identità nazionale. Basti pensare al significato che ha assunto l’assedio di Alamo per un abitante del Texas, e in seguito per gran parte dei cittadini degli Stati Uniti. Nel Sud Africa dell’apartheid, il mito del pioniere boero, che si avventurava in terre sconosciute con la sua famiglia ed era assalito da torme di selvaggi zulu, costituiva la ragione stessa dello stato, così come nella ormai scomparsa Rhodesia del Sud l’assalto e il massacro della pattuglia del fiume Shangani da parte dei matabele. Nel nostro piccolo, anche noi italiani per un brevissimo periodo abbiamo tentato questa operazione: l’eroica resistenza di un gruppo di garibaldini guidati da Pilade Bronzetti contro una soverchiante forza borbonica nella località di Castel Morrone, poco prima della battaglia del Volturno, portò alla definizione, coniata dallo stesso Garibaldi, di Termopili dei Mille. Non deve quindi stupire che un Corpo militare quale la Légion Étrangère, che addirittura nel motto “Legio Patria Nostra” sottolinea la nuova identità che deve assumere il legionario, attingesse nel suo passato per trovare un combattimento – quello del 1863 a Camerone – che indicasse alle nuove reclute a quale esempio ispirarsi nel compimento del loro dovere. L’operazione era già in atto negli ultimi anni del XIX secolo, ma ebbe un impulso decisivo all’inizio degli anni Venti del secolo successivo quando la Legione, spaventosamente decimata dalle battaglie della Grande Guerra, tornò al suo teatro storico d’azione in Africa Settentrionale. Subito dovette affrontare le rivolte in Algeria e, soprattutto, la grande rivolta di Abd el-Krim in Marocco, spartito tra Francia e Spagna. Questo capo nazionalista organizzò una sollevazione delle tribù berbere per la liberazione del Rif che portò alla più grave sconfitta subita da un esercito europeo ad opera di un popolo africano, nel 1920, a Annual (o Anoual) dove più di dodicimila soldati spagnoli persero la vita. Per fronteggiare la rivolta gli organici della Legione furono rapidamente aumentati fino ad arrivare ad oltre trentamila elementi, soprattutto soldati di nazioni recentemente sconfitte – come la Germania (i tedeschi arrivarono in quel periodo a coprire oltre il 40% degli organici), la Russia zarista e l’Impero asburgico – che cercavano disperatamente una nuova identità e una qualche forma di riscatto. I quadri superstiti della vecchia Legione d’anteguerra, sfessati dalle battaglie nelle trincee e abituati ad aver a che fare con altri tipi di reclute, non ce la facevano come imponeva la tradizione a trasmettere con il loro esempio i valori della Legione. Il comandante della Legione, il leggendario colonnello Paul-Frédéric Rollet che aveva guidato nella parata della Vittoria nel 1919 sui Campi Elisi i legionari superstiti, prese in mano la situazione e varò una serie di provvedimenti per forgiare un nuovo spirito di corpo. Innanzi tutto riesumò il giorno della celebrazione di Camerone: da quel momento il 30 aprile è diventato una festa solenne, con una ritualità particolare, che simboleggia una Legione votata al sacrificio supremo. Nello storico quartier generale del Corpo a Sidi bel-Abbès, a circa novanta chilometri a sud di Orano, lo stesso Rollet progettò la costruzione di un grande Monument aux Morts e l’ammodernamento della Salle d’Honneur, in modo che fosse visibile il collegamento con il passato e che i nomi degli eroi incisi sul marmo rimanessero scolpiti nelle menti delle nuove reclute. Quando la Legione ha dovuto lasciare l’Algeria nel 1962, il Monument fu smontato pezzo per pezzo e ricostruito nel nuovo quartier generale a Aubagne vicino a Marsiglia. Infine le canzoni, tra cui la celebre Le Boudin (Il Sanguinaccio), dovevano essere imparate e cantate per formare lo spirito del Corpo. Uomini che erano fuggiti dalle loro famiglie e dal mondo stesso erano incoraggiati a considerare la Legione come la loro nuova patria. Il concetto stesso di Legio Patria Nostra doveva essere continuamente riaffermato. Il secondo motto della Legione fu cambiato da Valeur et Honneur a Honneur et Fidélité in modo da creare un nesso indissolubile non tra la Francia, bensì tra la Legione e il nuovo soldato che deve essere chiamato con rispetto Monsieur le Légionnaire. Dopo l’insurrezione del luglio 1830 che aveva cacciato Carlo X, l’ultimo re Borbone che pochi mesi prima aveva conquistato l’Algeria, era salito al trono Luigi Filippo d’Orleans, il più borghese tra i sovrani la cui arma preferita era l’ombrello. Per fronteggiare le continue rivolte berbere, il 9 marzo 1831 aveva creato una Legione composta da stranieri – anche se molti volontari francesi si arruoleranno sotto falsa cittadinanza – destinata a combattere fuori dal territorio metropolitano. La Spagna della rivolta carlista, la Crimea, l’Italia della Seconda Guerra d’Indipendenza e soprattutto l’Algeria furono i teatri d’azione della Legione. Nel 1861 il Presidente messicano Benito Pablo Juarez aveva sospeso i pagamenti degli interessi dei debiti internazionali contratti dal suo paese. L’imperatore Napoleone III, che aveva di recente acquistato parte del debito messicano da una banca svizzera, organizzò una spedizione militare, alla quale inizialmente parteciparono anche modesti contingenti spagnoli ed inglesi, a garanzia del proprio investimento. Gli interessi del losco banchiere svizzero Jecker, che aveva saputo coinvolgere nelle sue operazioni l’influente duca di Morny fratellastro dell’imperatore, non furono estranei alla decisione di Napoleone III. Solamente in seguito, nel 1864, l’imperatore francese attuò il progetto di costituire un regno del Messico, appoggiato dai grandi latifondisti conservatori e antirepubblicani, sul cui trono doveva sedere Massimiliano d’Asburgo, fratello minore di Francesco Giuseppe d’Austria. Le prime forze francesi giunsero in Messico ai primi del 1862 sbarcando nel porto di Veracruz e incontrando subito una fiera resistenza non appena iniziarono a marciare verso l’interno. Gli spagnoli e gli inglesi, dopo le prime perdite ritirarono le loro truppe, ma Napoleone rifiutò di accettare l’umiliazione di una ritirata. Entro l’anno 40.000 soldati francesi traversarono l’Atlantico e intrapresero un’offensiva che permise, non ostante una continua ed efficace guerriglia, di porre l’assedio a Città del Messico. Ma a bloccare la spinta offensiva contribuiva la resistenza della città di Puebla, che sbarrava la strada tra la capitale e il mare, nelle cui poderose mura non si poteva aprire una breccia se non con l’aiuto di pesanti cannoni d’assedio. Il 9 febbraio 1863 un reggimento di marcia (vale a dire formato appositamente) della Legione salpò da Orano ed arrivò a Veracruz il 28 marzo. Era composto di due battaglioni di fanteria, una compagnia comando, la banda e la sussistenza al comando del colonnello Jeanningros. Arrivati a destinazione i legionari scoprirono che non avrebbero partecipato alla battaglia ma che il loro compito era assicurare e proteggere le lunghe linee di rifornimento che passavano tra montagne, foreste ed estese paludi tropicali. Il comandante in capo francese generale Forey aveva affermato che quell’incarico ingrato preferiva assegnarlo a degli stranieri piuttosto che a dei connazionali. I legionari si accorsero ben presto che il vero nemico non erano tanto le pallottole juariste quanto le malattie: malaria, febbre gialla, tifo, che in poche settimane decimarono i ranghi. Alla fine di aprile doveva partire da Veracruz per Puebla un grande convoglio, sessanta carri che trasportavano, oltre a munizioni e approvvigionamenti, i cannoni pesanti d’assedio e tre milioni di franchi in monete d’oro, scortati da due compagnie della Legione. Il 29 aprile Jeanningros, che si trovava con il suo comando a Chiquihuite a sud di Puebla, fu informato da una spia indiana che una imboscata attendeva il convoglio. Non si trattava di guerriglieri ma dello stesso esercito messicano ansioso di impadronirsi delle armi e dell’oro. Il colonnello ordinò allora alla 3a compagnia del 1° battaglione di andare incontro al convoglio per raccogliere informazioni e per unirsi alla scorta. La compagnia, il cui organico sulla carta doveva essere di 120 uomini, contava solamente 62 soldati senza alcun ufficiale. Un membro dello stato maggiore del reggimento, un pezzo d’uomo alto e ben piantato con una barba caprina, il capitano Jean Danjou si offrì di comandare la compagnia. Questo veterano di 35 anni era molto conosciuto per un particolare: aveva sostituito la mano sinistra, persa in Crimea, con una mano di legno legata con una cinghia all’avambraccio. A lui si aggiunsero due tenenti che venivano dalla gavetta da poco promossi sul campo: Vilain, non ancora trentenne, e un arcigno sergente veterano di nome Maudet che aveva combattuto anche in Crimea e a Magenta. La compagnia, con alcuni muli che portavano acqua e viveri, si mise in marcia circa a mezzanotte per approfittare del fresco della notte, in direzione di Palo Verde, fermandosi solamente per bere una tazza di caffè in un avamposto tenuto dalla compagnia granatieri del battaglione al Paso del Macho. Poi ripresero subito il cammino e all’alba del 30 aprile erano ai piedi delle montagne in mezzo a profonde gole. Avevano già cominciato a soffrire la calura del mattino quando alle sette raggiunsero la loro meta, il villaggio di Palo Verde composto da poche case diroccate e disabitate. Il capitano comandò la sosta per preparare il caffè. Mentre si accendevano i fuochi fu avvistata una nuvola di polvere sollevata da numerosi cavalieri, tra i quali dei lancieri, che si avvicinavano. Danjou ritenendo il posto desolato, dove si erano fermati, inadatto per sostenere uno scontro, ordinò di ripiegare verso una fattoria diroccata presso Cameròn, da cui erano passati quella mattina, distante circa tre chilometri. Mentre i legionari divisi in due gruppi preceduti da esploratori si ritiravano coperti dalla fitta vegetazione, un guerrigliero nascosto ferì con un colpo di fucile un esploratore. I cavalleggeri messicani, udito lo sparo, avanzarono rapidamente bloccando la ritirata e costringendo Danjou a schierare i suoi uomini in quadrato. I messicani si divisero in due schiere per attaccare i legionari su due lati ma una serie di scariche di fucile disciplinate fermarono la carica con numerose perdite. Mentre i legionari continuavano ad avanzare a passo di corsa verso la fattoria, i messicani lanciarono una nuova carica che questa volta ebbe maggiore successo: sedici uomini, alcuni dei quali feriti furono tagliati fuori e presi prigionieri e i muli, con la preziosissima acqua, furono catturati. Inoltre alcuni cavalleggeri di propria iniziativa arrivarono per primi alla fattoria e si sistemarono sul tetto dell’edificio principale. Tre ufficiali e 46 legionari raggiunsero gli edifici della hacienda circondata sugli altri tre lati da un muro alto circa tre metri. Le porte degli edifici e i varchi nel muro furono sbarrati con assi e tronchi. Danjou dispose i legionari nelle posizioni più strategiche, dovendo anche difendersi dai colpi dei messicani che si trovavano sul tetto e che avevano iniziato a bersagliare i suoi uomini. Morzycki, un veterano polacco e ottimo tiratore, salì sul tetto di un altro edificio e riferì che la fattoria era completamente circondata da centinaia di uomini. Una staffetta aveva intanto raggiunto l’accampamento della fanteria messicana, distante un’ora di marcia, comandata dal colonnello Milan. Tutti e tre i battaglioni al suo comando, circa duemila uomini armati da moderni fucili nordamericani, furono inviati alla fattoria. Il combattimento di Camerone, come in seguito fu battezzato dai francesi, durava da circa due ore sotto il sole cocente. I cavalleggeri, circa 800, non attaccavano a fondo in attesa della fanteria. Alle 9.30 un ufficiale messicano si presentò con una bandiera bianca di tregua offrendo una resa onorevole ma Danjou in modo sprezzante lo mandò al diavolo. Molte ipotesi si sono fatte per comprendere l’atteggiamento sprezzante del capitano. Danjou era troppo esperto per non comprendere che la sua situazione era senza speranza e che bastava un piccolo gruppo di nemici per bloccarlo nella fattoria impedendogli ogni sortita. È presumibile che scelse di sacrificare sé stesso e i propri uomini sfidando platealmente il nemico in modo che questi si ostinasse in un assalto inutile ad un piccolo reparto tralasciando l’obiettivo principale, il prezioso convoglio. Questa ipotesi è probabilmente vera e sembra trovar conferma nel successivo comportamento del capitano. Ogni quarto d’ora, strisciando sulle mani e sulle ginocchia, faceva il giro delle difese esortando i suoi uomini a combattere e chiedendo a ciascuno di giurare che non si sarebbero mai arreso. Alle 11.30 Danjou fu colpito alla gola da una pallottola proveniente dal tetto. Il tenente Vilain raccolse la sua spada e gli prese le medaglie perché non cadessero in mano al nemico: adesso era lui a comandare i 32 superstiti. L’assedio si faceva sempre più serrato, con i messicani che continuavano ad attaccare incuranti delle perdite, che alla fine della giornata ammontarono a più di trecento uomini tra morti e feriti. Il caldo era insopportabile e i legionari erano costretti a bere la loro urina per non impazzire di sete. Alle due del pomeriggio Vilain fu colpito alla fronte e Maudet assunse il comando dei superstiti. La situazione era ormai disperata: combattevano da sette ore, non mangiavano dal giorno precedente e le munizioni scarseggiavano. Verso le 16 i messicani riuscirono a dar fuoco alla paglia dei fienili. Alle 17 solamente Maudet, il caporale Maine – un ex sergente maggiore dell’esercito regolare francese che si era arruolato come soldato semplice – e tre legionari, Wenzel, Catteau e Constantin, erano ancora in grado di combattere tra le rovine fumanti di un fienile. Resistettero ancora per un poco e quando ognuno di loro ebbe solamente un colpo a disposizione, Maudet diede il segnale. Innestate le baionette spararono l’ultima salva e si buttarono fuori dall’edificio caricando all’arma bianca. Il legionario belga Catteau cercò di far scudo con il corpo al suo ufficiale e morì colpito da una salva di colpi. Anche Maudet fu ferito gravemente da due pallottole. Wenzel fu colpito a una spalla ma si rialzò subito. I tre superstiti erano circondati quando il colonnello messicano Cambas, ammirato dal loro valore, ordinò ai suoi uomini di abbassare le armi. I tre si arresero a condizione di poter tenere le proprie armi e che i messicani si prendessero cura dei feriti. Una ventina di legionari feriti furono raccolti ma molti di loro erano così gravi che non sopravvissero a lungo. Il combattimento di Camerone fu decisivo per le sorti del convoglio. I messicani rinunciarono all’imboscata e i cannoni pesanti raggiunsero indisturbati Puebla che cadde il 17 maggio. Jeanningros ricevette notizie del combattimento e inviò il giorno successivo una forza di ricognizione che, tra i cadaveri già devastati da sciacalli ed avvoltoi tanto da essere irriconoscibili, trovò il tamburo maggiore della compagnia Lai ancora vivo benché ferito da tre colpi di lancia e da due pallottole. Un mese dopo la battaglia i legionari catturati furono scambiati con dei prigionieri messicani. La mano di legno di Danjou fu trovata, o forse saccheggiata, da un contadino che un paio di anni dopo la vendette per 50 piastre al generale Bazaine, nuovo comandante in capo dell’armata francese e legionario anch’egli, che la restituì alla Legione. Secondo un’altra versione, la protesi fu ritrovata tre le proprietà del generale messicano Ramirez quando questi fu catturato dal colonnello Grübert, un austriaco al servizio dell’imperatore Massimiliano, che la consegnò ai francesi. La mano, portata nella caserma di Sidi bel-Abbès e chiusa in una teca di vetro, è diventata il cimelio più prezioso della Salle d’Honneur. Il 30 aprile la Legione festeggia in modo solenne l’anniversario di Camerone. Il Récit du Combat, che racconta i particolari del combattimento, è letto ad alta voce in ogni piazza d’armi, avamposto, accampamento della Legione o in ogni riunione di veterani. È diventato il credo della Legione, la pietra angolare di una tradizione in base alla quale le reclute sono indottrinate: la resistenza assoluta di un gruppo di legionari di fronte a un nemico soverchiante fino a quando ne rimasero in piedi solamente due. Anche il Messico ha iniziato a festeggiare quel fatto d’arme. Nel villaggio di Camaròn de Tejada nello stato di Veracruz, nel 1964, è stato elevato un monumento in onore dei messicani che persero la vita nel combattimento. I resti dei combattenti delle due parti sono sepolti insieme. Il 30 aprile è diventato un giorno di celebrazione e di festa locale e una rappresentanza della Legione è sempre presente. Ogni militare messicano che passa vicino al monumento è tenuto a rendere il saluto. * * * Attualmente la Legione Straniera è così strutturata con un organico di circa 8000 uomini: 1° RE (1er Régiment Étranger): di stanza al Quartier Viennot di Aubagne, Comando supremo della Legione e centro di accoglienza delle reclute. 4° RE (4ème Régiment Étranger): reggimento di accademia militare di base al Quartier Danjou di Castelnaudary. Vi si trovano anche le scuole allievi ufficiali e allievi sottufficiali. 1° REC (1er Régiment Étranger de Cavalerie): di base a Orange. 2° REI (2ème Régiment Étranger d’Infanterie): di base a Nîmes. 1° REG (1er Régiment Étranger de Génie): di base a Laudun. 2° REG (2ème Régiment Étranger de Génie): di base a Saint-Christal. 2° REP (2ème Régiment Étranger de Parachutistes): di base a Calvi in Corsica. 3° REI (3ème Régiment Étranger d’Infanterie): di stanza nella Guyana Francese. 13a DBLE (13ème Demi-Brigade de la Légion Étrangère): di stanza a Gibuti. DLEM (Détachement de la Légion Étrangère de Mayotte): di stanza nelle Isole Comore. A cura di Pietro Pizzoni

martedì 29 gennaio 2013

Incontro di Giovedì 24 Gennaio 2013 con Pietro Pizzoni : "La notte di Entebbe"

La dettagliata ed appassionante cronaca di quanto accadde nella notte tra il 3 ed il 4  luglio 1976 all’aeroporto ugandese di Entebbe dove un’unità speciale israeliana liberò, in un blitz, un centinaio di ostaggi ebrei sequestrati su un volo di linea dell’Air France da un gruppo misto di terroristi palestinesi e tedeschi, è stato raccontata dall’amico Pietro Pizzoni con la sua consueta verve ed efficacia.
Qui di seguito la relazione integrale, apprezzata ed applaudita dai soci presenti.

La guerra del Kippur dell’ottobre 1973, anche se si era chiusa con una grande vittoria militare, aveva inciso profondamente sul morale del popolo israeliano. La sorpresa dell’attacco egiziano e le gravi perdite umane (oltre 2500 soldati erano caduti in battaglia) avevano incrinato la fiducia nell’esercito. Negli anni successivi la sicurezza stessa di Israele sembrava compromessa di fronte agli attacchi terroristici che il controspionaggio e le forze speciali non avevano saputo contrastare efficacemente. Nell’aprile 1974 tre fedayin, appartenenti al Fronte popolare per la liberazione della Palestina – comando generale (FPLP-CG) di Ahmed Jibril, si erano fatti saltare  in aria con cariche  d’esplosivo uccidendo i  18 ostaggi  sequestrati a  Kiryat Shimona,  nel nord di Israele; nel maggio 1974 tre fedayin del Fronte democratico per la liberazione della Palestina (FDLP) di Naif Hawatmeh lanciarono un attacco contro una scuola di Ma’alot che si concluse con la morte di 25 ostaggi, in gran parte studenti, durante il mal organizzato intervento del Sayeret Matkal, noto anche semplicemente come l’Unità, il gruppo speciale d’intervento dell’esercito israeliano; nel maggio 1975 otto incursori organizzati da Abu Jihad, uno dei fondatori di al-Fatah, erano sbarcati da un gommone sulla spiaggia di Tel Aviv e si erano asserragliati, dopo aver ucciso tre persone, nell’hotel Savoy con un gruppo di ostaggi: il pronto intervento del Sayeret Matkal si era concluso con la morte di 8 ostaggi e il ferimento d i 11, oltre alla morte di tre militari.
Nel gennaio 1976 il Mossad, il servizio segreto israeliano, era riuscito invece a sventare un attentato in una zona fino a quel momento non ancora toccata dal terrorismo palestinese. Il Fronte popolare per la liberazione della Palestina – operazioni esterne (FPLP-OE) fondato da Wadia Haddad, un importante esponente di al-Fatah espulso dal leader palestinese Yasser Arafat, aveva inviato da Beirut a Nairobi nel Kenya tre palestinesi per organizzare l’abbattimento di un aereo della compagnia di bandiera israeliana El Al. Arrestati in gran segreto dalla polizia keniota allertata dal Mossad che li aveva individuati in Libano, erano stati trovati in possesso di due missili terra-aria spalleggiabili SAM-7 e avevano rivelato che le armi gli erano state consegnate da agenti ugandesi per ordine del Presidente Amin. Nel frattempo Haddad aveva anche inviato a Nairobi due tedeschi, un uomo e una donna, membri della Rote Armee Fraktion che furono subito arrestati. Le autorità keniote consegnarono in seguito i cinque arrestati a Israele dove furono giudicati e condannati al carcere. Il pericolo sembrava sventato ma un'altra operazione era in elaborazione in quella zona da parte del gruppo di Haddad: il nome in codice di questa operazione era Uganda.

Domenica 27 giugno 1976: il dirottamento. Alle 12.20 il volo Air France 139, un bireattore Airbus A300 proveniente da Tel Aviv, decollò dall’aeroporto di Atene diretto a Parigi con a bordo 246 passeggeri e un equipaggio di 12 persone agli ordini del comandante Michel Bacos. Quattro dei passeggeri, tutti con passaporti falsi arabi e sudamericani, erano saliti a bordo ad Atene provenienti dal Bahrein con un volo Singapore Airlines. Due erano arabi e facevano parte dell’FPLP di Haddad, Gruppo Operazioni Speciali (GOS): si trattava di Fayez Abdul-Rahim Jaber, uno dei fondatori dell’FPLP, e di Jayel Naij al-Arjam, vice capo delle relazioni esterne del GOS. Gli altri due erano tedeschi occidentali, Wilfried Böse, di cui erano noti i contatti con il terrorista internazionale Carlos, e la sua ex-compagna Brigitte Kuhlmann, entrambi membri del gruppo di guerriglia urbana Revolutionäre Zellen. La scelta di imbarcarsi all’aeroporto Ellinikon non era stata casuale, in quanto si sapeva che le misure di controllo sul bagaglio a mano erano poco efficaci e che le armi, pistole e bombe a mano imbarcate con la complicità delle autorità aeroportuali del Bahrein, non sarebbero state probabilmente scoperte.
Pochi minuti dopo il decollo i terroristi si impadronirono dell’aereo e ordinarono al comandante Bacos di dirigersi verso Bengasi in Libia. Alcuni passeggeri che sembravano tentare una qualche forma di resistenza furono  colpiti col  calcio delle pistole.  I  passaporti dovettero  essere  consegnati  mentre Brigitte Kuhlmann si distingueva per la durezza dei suoi interventi e per i continui slogan antisemiti. Il dirottamento fu subito scoperto dalle autorità di controllo israeliane che avvertirono il primo ministro Yitzhak Rabin, ma per il momento non c’era da far altro che aspettare. Alle 14.58 il volo AF 139 atterrò a Bengasi e fu parcheggiato su una pista secondaria mentre il rappresentante locale dell’FPLP trattava con le autorità libiche. Il caldo allucinante rendevano le condizioni all’interno dell’aereo difficilissime. Una giovane passeggera di cittadinanza britannica, Patricia Martel, finse di essere incinta e di avere un aborto: in realtà sanguinava a causa di tagli che si era lei stessa procurata, sufficienti comunque per convincere un medico libico a farla scendere dall’aereo. Alla fine le autorità libiche permisero il rifornimento di carburante e alle 21.50 il volo AF 139 poté ripartire verso una destinazione ignota.

2° giorno, lunedì 28 giugno: destinazione Entebbe. Alle ore 03.15 l’Airbus atterrò all’aeroporto internazionale di Entebbe, una città che sorge sulla riva del grande lago Vittoria a una trentina di chilometri da Kampala, capitale dell’Uganda. Subito circondato da soldati ugandesi, l’aereo restò fermo nove ore prima di essere spostato sulla seconda pista dell’aeroporto accanto al vecchio terminal dove fu concesso finalmente ai passeggeri, ormai diventati ostaggi, di scendere. Il vecchio terminal, un edificio ad un piano affiancato da una torre di controllo, era in stato di abbandono, sporco e invaso da nugoli di moscerini. I soldati ugandesi tenevano sotto controllo i prigionieri mentre i dirottatori si incontravano con i loro compagni che già si trovavano sul posto. Tra essi Fouad Awad, un ex ufficiale libanese compagno di Carlos che prese il comando delle operazioni, e due membri dell’FPLP-GOS Abdel al-Latif e Abu Ali che distribuirono fucili d’assalto Kalashnikov e un gran numero di bombe a mano. Haddad invece seguiva le fasi dell’operazione da Mogadiscio in Somalia.
Nel pomeriggio un elicottero sbarcò il presidente dell’Uganda Idi Amin Dada, che indossava una tuta mimetica, accompagnato da uno dei suoi numerosissimi figli, un bimbo di otto anni. Sulle prime si comportò in maniera amichevole ma poco dopo si infuriò quando un prigioniero si rivolse a lui chiamandolo “Signor Presidente” pretendendo di esser chiamato “Sua Eccellenza Feldmaresciallo Dottor Idi Amin Dada”. Poi iniziò ad inveire contro gli ostaggi asserendo che solamente Israele li poteva aiutare soddisfacendo le richieste dei dirottatori.
La speranza che questo dittatore potesse trasformarsi in un mediatore con i terroristi andò presto delusa. L’ex sottufficiale dei King’s African Rifles, il reggimento britannico dell’Africa Orientale, all’epoca del dirottamento aveva circa 50 anni, essendo la data di nascita sconosciuta. Come capo di stato maggiore dell’esercito, per di più accusato di malversazione, aveva guidato un colpo di stato nel 1971, cacciando il presidente Milton Obote.  Amin conosceva bene i militari israeliani, che oltre ad avergli fornito degli aviogetti d’addestramento Fouga Magister e dei bimotori da trasporto DC-3 Dakota e istruito i piloti, gli avevano addestrato la fanteria e in particolare i paracadutisti, tanto che lui stesso esibiva sull’uniforme carica di medaglie il distintivo dei paracadutisti israeliani, anche se non era mai stato abilitato al lancio. Gli israeliani avevano anche costruito molte opere civili tra cui la parte nuova dell’aeroporto di Entebbe. I rapporti tra i due paesi si erano deteriorati quando Israele si era rifiutata di fornire ad Amin armamenti moderni, tra cui i cacciabombardieri F-4 Phantom, per risolvere le sue dispute di confine con il Kenya di Jomo Kenyatta e la Tanzania di Julis Nyerere. Per pagare i debiti contratti per l’acquisto delle forniture militari, Amin si era rivolto alla Libia e all’Arabia Saudita che in cambio avevano preteso nel 1972 l’allontanamento di tutti gli istruttori e tecnici israeliani e la chiusura dell’ambasciata. I libici avevano fornito caccia MiG ed addestrato la guardia del corpo del dittatore mentre esperti palestinesi prendevano posto nei ministeri della comunità asiatica, soprattutto composta da indiani, residente nel paese dal tempo della colonizzazione britannica e che forniva la maggioranza dei quadri tecnici. L’unico contatto rimasto con gli antichi amici era quello con l’ex capo missione militare israeliano, il colonnello in pensione Baruch Bar Lev, che ogni tanto si sentiva al telefono con il dittatore.
Nel frattempo Patricia Martel era rientrata a Londra e, interrogata da Scotland Yard e da funzionari israeliani, aveva fornito le prime indicazioni sul dirottamento e identificato i due terroristi tedeschi.

3° giorno, martedì 29 giugno. I primi contatti con i dirottatori furono presi dal governo francese. Awad nel pomeriggio diffuse tramite Radio Uganda le richieste. Dovevano essere rilasciati 53 terroristi detenuti in 5 nazioni, e precisamente 40 in Israele, 6 in Germania Occidentale, 5 in Kenya, 1 in Francia e 1 in Svizzera. Tra i detenuti in Israele c’erano Kozo Okamoto dell’Armata Rossa giapponese, unico superstite del commando che aveva compiuto la strage all’aeroporto di Lod (Tel Aviv) del maggio 1972, e l’arcivescovo Hilarion Capucci, primate della Chiesa greco-ortodossa di Gerusalemme, condannato per aver trasportato nella sua vettura di servizio armi per al-Fatah. Le trattative dovevano essere condotte esclusivamente da un inviato speciale della Francia e dall’ambasciatore di Somalia in Uganda. Il governo francese doveva inoltre pagare un riscatto di 5 milioni di dollari per la riconsegna dell’Airbus. Il comunicato annunciava che il tempo limite erano le 14.00 di giovedì 1° luglio e che se Israele non avesse aderito alle richieste gli ostaggi sarebbero stati uccisi.
Per gli ostaggi quel martedì fu il primo giorno completo nella nuova prigione. 257 prigionieri, appartenenti a dodici nazionalità, erano stipati al pian terreno del fatiscente edificio del vecchio terminal in un locale largo circa 20 metri e lungo circa 15. Dei vecchi materassi erano stati distribuiti e la maggioranza delle persone stava seduta a terra spossata e senza energia per il gran caldo e per le punture degli insetti. Gli ostaggi dovevano chiedere il permesso per andare ai servizi che emanavano un odore insopportabile, ormai intasati dagli escrementi. Nel pomeriggio, dopo una nuova visita di Amin, alcuni soldati muniti di mazze aprirono un varco in una parete divisoria del terminal e, mentre gli ostaggi attendevano il pasto serale, Brigitte Kuhlmann iniziò a separare israeliani e ebrei dai prigionieri di altre nazionalità e a smistarli nello spazio adiacente. La procedura richiamava alla mente la Selektzia, la selezione che era effettuata nei lager dell’Olocausto, il momento in cui si decideva se un internato poteva continuare a vivere almeno per qualche tempo o doveva morire subito. I sopravvissuti ai lager presenti tra gli ostaggi rividero un episodio della loro vita che mai pensavano di dover rivivere mentre i giovani poterono capire fisicamente cosa era avvenuto alle generazioni precedenti la loro.

4° giorno, mercoledì 30 giugno. Il governo israeliano stava prendendo in esame i vari piani elaborati da un comitato di specialisti di tutti i settori, che prevedevano un’azione militare per liberare gli ostaggi. Questi piani andavano dal lancio notturno di un commando munito di battelli pneumatici nel lago Vittoria al lancio di una brigata di paracadutisti per occupare l’aeroporto e impedire la reazione delle forze ugandesi. Il primo ministro Rabin, che era stato il capo di stato maggiore delle IDF – le Forze di difesa israeliane – durante la Guerra dei Sei Giorni, e l’attuale capo di stato maggiore Mordechai Gur non erano convinti delle varie opzioni proposte, temendo che potessero tradursi in un disastro. Quelle che mancavano erano le informazioni sul campo. Un’unità della Marina militare dotata di apparati elettronici per monitorare le comunicazioni era giunta al largo delle coste del Kenya. Un gruppo speciale era stato inviato in Kenya per coordinarsi con le autorità locali nella raccolta di informazioni. Agenti del Mossad tentavano di introdursi in Uganda per valutare la situazione sul terreno e scoprire dove erano tenuti i prigionieri. L’ex colonnello Bar Lev fece numerose telefonate ad Amin cercando di convincerlo a dare il suo contributo personale alla soluzione della crisi, con la lusinga della certa assegnazione del Nobel per la Pace se avesse ottenuto il rilascio degli ostaggi. Da queste telefonate emergeva che il dittatore si stava sempre di più schierando con i terroristi, addossando la colpa della situazione alla politica israeliana, e che quindi il commando che doveva liberare gli ostaggi si sarebbe dovuto battere anche contro le forze ugandesi presenti nell’aeroporto, la cui entità era sconosciuta.
Nel pomeriggio di quel giorno 47 ostaggi non ebrei, appartenenti a varie nazionalità ma soprattutto francesi, furono rilasciati dai terroristi come gesto di buona volontà nei confronti del loro ospite ugandese e imbarcati su un volo diretto a Parigi. Arrivati in serata furono presi in consegna da agenti dei servizi segreti, tra cui anche quelli israeliani, per essere interrogati: erano i primi testimoni che giungevano da Entebbe. Particolarmente importante risultò la testimonianza di un ex ufficiale dell’esercito francese che aveva registrato mentalmente una quantità di particolari: il numero e l’aspetto fisico dei terroristi, le loro armi, le loro abitudini, il comportamento e il numero presumibile delle guardie ugandesi, dove si trovavano gli ostaggi ebrei e quelli non ebrei. Soprattutto fu in grado di assicurare che l’atteggiamento dei terroristi e degli ugandesi era del tutto rilassato, come non si aspettassero una reazione da parte delle IDF.

5° giorno, giovedì 1° luglio. Quel mattino tutti i giornali israeliani uscirono con la stessa parola nei titoli di prima pagina: SELEKTZIA. Nessuna altra parola avrebbe potuto avere un effetto così dirompente sull’opinione pubblica. Poco dopo l’inizio della crisi si era costituito un comitato dei parenti degli ostaggi che, naturalmente, premeva sul governo perché fosse avviata la trattativa che comportava la liberazione dei prigionieri richiesta dai terroristi. Un clamoroso fatto nuovo si era verificato quel giovedì mattina: i terroristi avevano imbarcato su un volo Air France altri 101 ostaggi. Rimanevano prigionieri 94 ebrei, soprattutto israeliani, e i 12 membri dell’equipaggio che, su richiesta del comandante Bacos, si erano rifiutati di partire finché tutti i passeggeri non fossero stati in salvo. La notizia che una suora si era offerta di rimanere al posto di un anziano ebreo e che la sua richiesta era stata respinta significava che la “selezione” era ormai perfezionata.
L’ultimatum dei terroristi scadeva quel giorno alle 14.00 dell’orario ugandese. Le pressioni sul governo affinché avviasse la trattativa erano fortissime. I militari non avevano ancora informazioni sufficienti per intraprendere un’azione. Rabin aveva riunito quella mattina il governo e aveva chiesto ai suoi ministri di votare sulla proposta della trattativa: dovevano esprimersi contro o a favore, ma non dovevano sfuggire alla loro responsabilità rifugiandosi nell’astensione. Il voto unanime fu favorevole alla trattativa. Poi Rabin incontrò Menachem Begin, capo del Likud il maggio partito d’opposizione, che a sua volta si dichiarò favorevole ai negoziati. La decisione del governo israeliano fu comunicata ai terroristi quando mancava poco più di un’ora alla scadenza dell’ultimatum. Subito Amin telefonò a Bar Lev e gli raccomandò di ascoltare l’annuncio che avrebbe fatto Radio Uganda alle 14.00. L’annuncio fu breve: poiché il governo israeliano aveva capitolato, Amin aveva concordato con i dirottatori di estendere il termine ultimo alle 14.00 ora locale di domenica 4 luglio. In quel momento infatti il dittatore si trovava a presiedere a Mauritius una riunione dell’Organizzazione dell’unità africana e, nel caso ci fosse stato lo scambio tra ostaggi e terroristi liberati, voleva essere presente per recitare la parte del maggior protagonista dell’avvenimento con tutti gli occhi del mondo puntati su di lui.
Per i pianificatori militari la notizia significava che avevano ancora alcuni giorni a disposizione.

6° giorno, venerdì 2 giugno: il piano d’operazione. Alle ore 01.00 di venerdì il capo di stato maggiore delle IDF Gur telefonò al ministro della Difesa Shimon Peres per comunicargli che il piano per la liberazione degli ostaggi era pronto. Un modello in scala 1:1 del vecchio terminal, costruito con montanti di legno e pannelli di iuta, era stato costruito per permettere agli uomini di allenarsi. I problemi affrontati durante la pianificazione erano enormi. L’Uganda si trovava a più di 3500 chilometri da Israele, quasi al limite dell’autonomia per gli aerei Hercules C-130 scelti per l’operazione: una volta atterrati o si rifornivano a Entebbe o in un aeroporto a poco più di un’ora di volo. Non potendo prevedere il numero e la reazione dei soldati ugandesi, dovevano essere sbarcati veicoli con un armamento sufficiente per respingere un assalto di consistenti forze di fanteria, avendo il Mossad segnalato esserci oltre diecimila uomini nel raggio di 40 km dall’aeroporto. Bisognava soprattutto evitare di mettere in allarme le difese al momento dell’atterraggio per non dare tempo ai terroristi di aprire il fuoco sugli ostaggi.
Il piano d’operazione prevedeva che quattro C-130 dovevano atterrare di notte a pochi minuti di distanza uno dall’altro sulla pista nuova dell’aeroporto. Il primo ad atterrare doveva passare davanti alla nuova torre di controllo sperando di non suscitare l’allarme degli addetti al traffico: questo era il momento più critico dal quale dipendeva la riuscita dell’operazione. Poi l’aereo doveva rullare fino al vertice della pista che si incrociava ad angolo acuto con la pista vecchia, sbarcare una berlina Mercedes nera (simile a quella con cui si spostava Amin) e due Land Rover cariche di uomini del Sayeret Matkal che dovevano precipitarsi – fingendo di trasportare il presidente e la sua scorta – verso il vecchio terminal per liberare gli ostaggi. I due successivi C-130 dovevano sbarcare quattro fuoristrada blindati armati con mitragliatrici e armi controcarro, due jeep e gruppi di paracadutisti e di fanti che dovevano difendere gli aerei a terra, presidiare gli accessi dell’aeroporto, impadronirsi dei depositi di carburante per rifornire gli aerei, distruggere i MiG schierati lungo la pista. L’ultimo C-130, che trasportava due pick-up con l’attrezzatura per rifornire a terra gli aerei e che era adibito ad infermeria di primo soccorso e a trasporto degli ostaggi, doveva atterrare dopo che le prime operazioni d’assalto erano concluse. Inoltre un Boeing 707 con i colori della El Al, trasformato in centro comando e controllo volante, doveva circuire sopra l’aeroporto per seguire l’operazione dall’alto e fare da ponte con Israele trasmettendo le informazioni che arrivavano da terra, mentre un altro Boeing 707 adibito ad ospedale doveva atterrare a Nairobi. Ehud Barak, futuro capo di stato maggiore delle IDF e primo ministro di Israele, che aveva lasciato il comando del Sayeret Matkal in giugno, fu inviato in Kenya per ottenere la maggior cooperazione possibile dalle autorità locali. Per volontà del generale di brigata Dan Shomron, comandante sul terreno dell’operazione, tutte le specializzazioni dell’esercito dovevano partecipare al raid per simboleggiare che tutte le forze armate erano con loro. Pertanto, oltre alle forze speciali, avrebbero partecipato i paracadutisti (Sayeret Tzanhanim) e i fanti della Brigata Golani, una combattiva unità di fanteria che presidiava le alture del Golan al confine con la Siria (Sayeret Golani). Il computer aveva assegnato un nome provvisorio all’operazione: Wave of Ash, Onda di cenere. La missione era troppo audace per accontentarsi di un nome così banale e quindi fu scelto il più drammatico Thunderbolt (Fulmine).
A Entebbe, Dora Bloch, una prigioniera inglese di 75 anni di religione ebraica in viaggio con il figlio, si sentì male e fu ricoverata in un ospedale di Kampala.

7° giorno, sabato 3 luglio: operazione Thunderbold. La mattina alle 11.00 il governo si riunì per approvare il piano d’azione. Per molti ministri fu una sorpresa quando il generale Gur cominciò a mostrare mappe e fotografie: erano rimasti alla decisione presa in precedenza di trattare con i terroristi. La discussione andò avanti per l’intero pomeriggio a significare l’importanza dell’argomento e i pericoli insiti nella decisione. Alla fine la decisione di effettuare la missione fu presa all’unanimità ed anche i capi dell’opposizione subito informati approvarono la decisione.
Poco dopo le 13.00 decollarono dall’aeroporto di Lod a distanza di qualche minuto uno dall’altro, per non farsi notare dalle navi di sorveglianza elettronica sovietiche stazionate nel Mediterraneo, i C-130 dello Squadrone 131 “Yellow Bird”, chiamati affettuosamente dagli equipaggi “Karnaf” (rinoceronte in israeliano), con destinazione l’aeroporto di Ofira a Sharm el-Sheikh dove completarono il rifornimento. A pieno carico gli Hercules superavano di molto il peso massimo autorizzato durante le operazioni belliche. Gli aerei presero faticosamente quota e si inoltrarono nel Mar Rosso, sulle cui coste si affacciavano solamente nazioni ostili, volando in formazione larga ad una quota inferiore ai 60 metri per evitare di essere intercettati dai radar. L’equipaggio aveva gli occhi fissi sull’altimetro per mantenere la quota e sul radar per avvistare in tempo le navi e modificare subito la rotta. Svariate deviazioni dovettero essere effettuate rendendo la conduzione dell’aereo molto faticosa, tanto da costringere i tre piloti dell’aereo ad alternarsi ai comandi ogni 15 minuti. I continui sobbalzi dei velivoli e l’alta temperatura rendevano difficile la situazione dei passeggeri: molti dei soldati erano riversi squassati dai conati di vomito ma molti altri riuscirono invece a dormire.
Usciti dalla portata dei radar sudanesi e sauditi, gli Hercules virarono verso sud sopra l’Etiopia portandosi ad una quota di circa 700 metri, al di sopra della portata di armi a corta gittata ma al di sotto della capacità di intercettazione dei rudimentali sistemi di controllo di quel paese. Più o meno in quel momento pervenne l’autorizzazione finale delle autorità politiche a proseguire nella missione. I due Boeing 707, spacciandosi per voli civili diretti in Sud Africa, decollarono molte ore dopo ma, essendo più veloci, arrivarono nel cielo del Kenya, dove era fissato l’incontro finale, quasi in contemporanea con gli Hercules.
Un uragano tropicale infuriava nella zona diminuendo le capacità di intercettazione dei sistemi radar a terra. Gli aerei si portarono sul lago Vittoria ed iniziarono la manovra di avvicinamento, con la pioggia che impediva di vedere, se non all’ultimo momento, la pista le cui luci mandavano un debole chiarore. Alle 23.00, ora di Israele, che corrispondeva alle 24.00 locali, il primo Karnaf atterrò in perfetto orario sui tempi dell’operazione sulla pista nuova, sufficientemente lunga per permettere di ridurre la velocità unicamente col freno senza invertire la spinta delle eliche, manovra molto rumorosa che avrebbe messo in allarme gli ugandesi.
 
99 minuti ad Entebbe. Il primo Karnaf atterrato trasportava 29 incursori del Sayeret Matkal agli ordini del tenente colonnello Yonatan (Yoni) Netanyahu nuovo comandante dell’Unità, 52 paracadutisti e il generale Shomron con parte del suo comando. Mentre l’aereo stava ancora rullando, una decina di paracadutisti saltarono fuori dai portelli laterali per sistemare delle luci di emergenza che dovevano segnalare la pista agli altri aerei in arrivo. L’Hercules passò davanti alla torre di controllo senza suscitare allarmi e raggiunse il termine della pista dove sbarcò la Mercedes e le due Land Rover cariche di assaltatori in divisa ugandese e i restanti parà. Alle 23.02, mentre i paracadutisti si dirigevano verso il nuovo terminal ben illuminato per prenderlo d’assalto non appena fosse iniziato l’attacco per liberare gli ostaggi, il corteo di automobili, che fingeva di trasportare Amin, si avviò con i fari accesi che illuminavano l’asfalto bagnato, anche se la pioggia era ormai cessata. All’improvviso, emergendo dal buio, due soldati ugandesi si pararono davanti con i fucili puntati. Dalla Mercedes spararono alcuni colpi con una Beretta calibro 22 munita di silenziatore contro il primo dei soldati, ma le pallottole di piccolo calibro non furono sufficienti ad ucciderlo. Vedendo che il soldato ferito puntava la sua arma contro l’auto, dalla prima Land Rover partì una breve raffica di mitra che lo uccise, mentre dalla seconda Land Rover sparavano contro il secondo soldato, che riuscì però ad allontanarsi. L’effetto sorpresa sembrava svanito e il corteo di macchine si precipitò verso la torre di controllo del vecchio terminal fiocamente illuminato.
Le varie squadre di assalto scesero dalle auto e si lanciarono verso i rispettivi obiettivi sparando contro i soldati ugandesi intorno all’edificio. Tre squadre dovevano irrompere nella hall principale, dove si trovavano gli ostaggi, mentre una quarta era destinata alla hall più piccola a fianco e una quinta doveva occuparsi delle sale VIP, dove alloggiavano i terroristi. Un’altra squadra doveva occupare gli uffici della dogana seguita subito da un’altra che doveva salire al primo piano dove dormivano gli ugandesi. L’ultima formata dagli autisti, che era destinata a far la guardia ai veicoli, si dovette invece occupare di alcuni soldati ugandesi che continuavano a sparare asserragliati nella torre di controllo. La prima squadra irruppe nella hall principale del terminal dove un terrorista – si trattava di Jaber – fece partire contro il primo degli assaltatori una raffica di mitra da una distanza di 9-10 metri mancandolo clamorosamente e rimanendo ucciso dal fuoco di risposta. Le sue pallottole però colpirono mortalmente Yoni Netanyahu che si trovava davanti all’edificio. Contemporaneamente il tedesco Böse si affacciò alla porta principale del terminal dove fu preso di mira da una raffica di mitra che lo mancò. Rientrato nell’edificio urlò a Brigitte Kuhlmann che gli ugandesi si erano ribellati e che gli avevano sparato contro ma, prima che i due potessero reagire, furono eliminati da un assaltatore entrato da un’altra porta. Il quarto guardiano iniziò a sparare contro i soldati dell’Unità e durante lo scontro a fuoco per eliminarlo rimasero feriti mortalmente due ostaggi: una donna di 56 anni emigrata dalla Russia, Ida Borochovic, e un cittadino israeliano di  52 anni,  Pasco Cohen.  Per quanto  gli assaltatori  urlassero in  inglese e in ebraico agli ostaggi di rimanere sdraiati a terra, alcuni si alzarono. In un caso un assaltatore sparò uccidendo un giovane ebreo franco-algerino di 19 anni, Jean-Jacques Maimoni, e ferendo gravemente un sopravvissuto dei lager nazisti, Yitzhak David, che si era alzato per soccorrerlo. I quattro terroristi che facevano la guardia agli ostaggi erano morti: lo scontro a fuoco era durato 45 secondi, mentre tra lo sbarco degli assaltatori e l’eliminazione dei guardiani degli ostaggi erano passati quattro minuti. Il fattore sorpresa, chiave della riuscita dell’operazione, aveva funzionato.
Anche le altre squadre d’assalto avevano terminato la loro azione. Ci fu un breve scontro a fuoco al primo piano del terminal, dove erano sistemati i soldati ugandesi, molti dei quali riuscirono a fuggire saltando dalla finestra. Nelle sale VIP, dove i terroristi avevano le loro stanze, furono eliminati altri tre palestinesi. Di tutti i terroristi uccisi furono prese fotografie e impronte digitali per essere sicuri dell’identificazione. Il comandante Awad non era tra i caduti, poiché si trovava nella capitale al momento del raid.
Alla 23.06 atterrò il secondo Karnaf, subito seguito dal terzo. I fuoristrada blindati appena sbarcati presero posizione, in particolare due si occupano della strada a nord per Kampala da dove poteva arrivare la fanteria ugandese. I soldati sbarcati da questi aerei si unirono ai loro compagni del primo Karnaf atterrato che avevano già occupato il loro obiettivo. Senza praticamente trovare resistenza, si erano impadroniti del nuovo terminal e della torre di controllo: un poliziotto ugandese sparò un unico colpo di pistola che colpì alla colonna vertebrale un sergente paracadutista paralizzandolo per la vita. Subito dopo i depositi di carburante furono catturati intatti.
Alle 23.08 atterrò il quarto Karnaf che sbarcò la squadra dell’aeronautica addetta ai rifornimenti con la speciale apparecchiatura. Poi rullò fino a 150 metri dal vecchio terminal dove una squadra di Golani si schierò, formando un imbuto fino alla rampa posteriore d’accesso all’aereo, in modo da impedire che gli ostaggi si disperdessero nella notte. Gli ostaggi iniziano ad imbarcarsi in un clima di grande confusione, compresi i feriti e i corpi dei caduti. Furono più volte contati nell’aereo stipato all’inverosimile per essere certi che non mancasse nessuno: i conti però non tornavano finché si riuscì a capire che mancava la signora Bloch. Alle 23.52 il Karnaf n.4 decollò con il carico di feriti ed ostaggi: aveva l’autorizzazione di atterrare a Nairobi.
Sulla pista dell’aeroporto stazionavano cinque caccia MiG-21 e tre MiG-17 che furono tutti distrutti. Un unico soldato ugandese continuava a sparare ogni tanto dalla torre, mentre alcuni camion carichi di soldati furono visti dirigersi verso l’accesso nord dell’aeroporto ma bastarono alcuni colpi di mitragliatrice per tenerli lontani. Mentre stavano iniziando le operazioni per il rifornimento degli aerei, arrivò la notizia che tutti potevano dirigersi a Nairobi, il presidente Kenyatta aveva dato l’autorizzazione. Alle 00.12 di domenica 4 luglio il Karnaf n.1 decollò verso la capitale keniota. I fuoristrada e le jeep – agli ordini del maggiore Shaul Mofaz, un futuro capo di stato maggiore delle IDF – iniziarono a ritirarsi tenendo sempre d’occhio gli accessi a nord. Mentre si ritiravano lasciavano cadere sulla pista bombe a scoppio ritardato per scoraggiare eventuali inseguitori. Decollò per primo il Karnaf n.3, poi alle ore 00.44 il Karnaf n.2. Erano trascorsi esattamente 99 minuti dall’atterraggio del primo aereo ad Entebbe. Tutti i veicoli e il materiale sbarcati furono recuperati, eccetto l’apparecchiatura per il rifornimento a terra degli aerei: per quella, data la presenza degli ostaggi, non c’era più posto a bordo.

Trionfo e tragedia. Il raid era stato un successo, gli ostaggi erano stati liberati con la perdita di tre di loro. Gli assalitori avevano subito la perdita del colonnello Netanyahu, che morì sull’aereo diretto a Nairobi, e l’invalidità permanente di uno di loro. I quattro Hercules arrivarono nella capitale keniota seguiti dal Boeing 707 del centro comando. Il Boeing trasformato in ospedale partì per Israele con a bordo un certo numero di donne e bambini e  i feriti trasportabili. Cohen, l’ostaggio ferito gravemente, fu ricoverato a Nairobi ma non si riprese dopo l’intervento chirurgico. Poi alle 02.04 decollò il Karnaf n.4 con a bordo gli ostaggi, seguito nel giro di pochi minuti dagli altri tre. Tutti fecero rotta verso est sull’Oceano Indiano, per poi virare verso nord, aggirando il Corno d’Africa, attraversare lo stretto di Bab el Mandeb e risalire il Mar Rosso fino ad Israele. Mentre volavano sopra il Mar Rosso la radio comunicò la notizia del raid di Entebbe: era stato un giornalista della France Presse a venire a conoscenza della sparatoria all’aeroporto e, dopo aver tratto le esatte conclusioni, a diffondere la notizia. Il timore di essere intercettati da caccia sauditi o egiziani svanì quando arrivarono i Phantom a scortare il rientro.
Mentre sorvolavano il porto di Eilat i passeggeri videro le spiagge gremite di folle festanti che li salutavano: era la nazione intera che aveva ritrovato la fiducia in se stessa e che carica d’orgoglio accoglieva i suoi cittadini e i suoi soldati. All’arrivo a Tel Aviv la felicità dei parenti degli ostaggi liberati esplose. Purtroppo, pure se le perdite erano state minime, c’era anche il dolore dei parenti di chi era caduto. La piccola Tzipi Cohen, di otto anni, che aveva visto per l’ultima volta il padre scendere dall’aereo in barella a Nairobi dove sarebbe morto; gli ignari genitori del giovane Maimoni, accorsi felici all’aeroporto; il figlio di Dora Bloch angosciato per aver dovuto lasciare la madre in Uganda; Benjamin (futuro primo ministro) e Iddo Netanyahu, il primo ex membro e il secondo ancora in forza al Sayeret Matkal, che accoglievano la salma del loro fratello maggiore. Due giorni dopo ci furono a Gerusalemme i funerali di Netanyahu ai quali parteciparono migliaia di persone: in suo onore e ricordo, Thunderbolt fu ribattezzata Operazione Yonatan.
Il comandante Bacos ricevette una nota di biasimo dai suoi superiori per essersi rifiutato di rientrare in patria, a costo di abbandonare i suoi passeggeri, ma nello stesso anno il Presidente della Repubblica Giscard d’Estaing gli conferì la Legion d’Onore. Tutti i dodici membri dell’equipaggio del volo AF 139 ricevettero una onorificenza dallo Stato di Israele.
La tensione che si era diffusa tra le fila dell’esercito ugandese portò i soldati, quando ripresero il controllo dell’aeroporto, a spararsi tra loro: si calcola che un buon numero dei 45 soldati ugandesi morti ad Entebbe fu vittima di questo fuoco “amico”. L’umiliazione subita dal raid scatenò in Amin un folle desiderio di vendetta. La sventurata signora Bloch fu prelevata dall’ospedale da due dei peggiori sicari del dittatore e uccisa; dopo la caduta del regime, i suoi resti furono recuperati in una piantagione e restituiti per la sepoltura in Israele. I tre controllori di volo, in servizio nella notte del raid, furono ritenuti responsabili della sconfitta per non aver avvistato gli aerei israeliani e furono quindi orribilmente torturati e uccisi. Ritenendo il governo keniota responsabile quanto quello israeliano, Amin fece uccidere 3000 appartenenti ad una etnia che abitava sul confine conteso tra i due stati. Poi, nel 1978, invitò per una visita di stato il ministro keniota dell’Agricoltura, che era stato consigliere per la sicurezza di Kenyatta. Al momento della partenza, gli regalò una testa di antilope imbalsamata contenente una bomba che esplose sull’aereo del ministro uccidendo tutti gli occupanti.
Il regime sanguinario fu rovesciato nell’aprile 1979 a seguito dell’invasione dell’Uganda da parte della Tanzania. Amin si rifugiò in Arabia Saudita con 2 mogli e 24 figli. Morì nel 2003 per insufficienza renale dovuta probabilmente a una neurosifilide.

Il consueto tocco della campana ha posto fine all’incontro conviviale.

                                                                                             
                                                                                                          A cura di Fabio Toldo

martedì 7 febbraio 2012

Incontro con il socio Pietro Pizzoni "i 75 giorni delle Falkland"


Giovedì 2 febbraio 2012 il socio Pietro Pizzoni ci ha ampiamente raccontato di una strana guerra che vide la contrapposizione di Gran Bretagna e Argentina durante il 1982. Oltre all’accurato inquadramento storico e politico complessivo la relazione si è soffermata su alcuni episodi che forse sono stati determinanti per lo sviluppo del conflitto e per la sua conclusione.

Le isole Falkland si trovano in Atlantico di fronte alla punta meridionale del continente americano, a circa 400 miglia ad est dello stretto di Magellano. Sono un arcipelago composto di un paio di centinaia di isolotti e scogli disabitati e di due frastagliatissime isole maggiori chiamate West e East Falkland o, con il più fantasioso appellativo spagnolo, Gran Malvina e Soledad separate tra loro dal Falkland Sound. Il clima è non è dei migliori, molto piovoso, con i gelidi venti provenienti dall’Antartico che spazzano le isole prive di alberi. La pastorizia costituisce l’unica attività per i circa 1800 abita nti di origine scozzese (chiamati kelpers, da kelp, il nome di u n’alga) concentrati quasi tutti a Soledad, di cui metà nella capi tale Port Stanley. L’arcipelago fa parte delle Falkland Islands Dependencies insieme alle desolatissime ed inabitate isole della Georgia Australe e delle Sandwich, Orcadi e Shetland Australi, tutte site più a sud. Le isole furono più volte avvistate nel XVI e XVII secolo da avventurosi navigatori che ne segnalarono la posizione più o meno esatta, ma il primo a sbarcarvi fu l’inglese John Strong nel 1690 che gli diede il nome di Falkland. Il celebre navigatore francese Louis Antoine de Bougainville le visitò e ne prese possesso nel 1763 e per onorare molti dei suoi marinai provenienti da Saint-Malo le battezzò îles Malouines, da cui lo spagnolo Malvinas. Nel 1766, a seguito delle proteste spagnole, la Francia cedette le Malvine alla Spagna come compensazione per le perdite subite dalla sua alleata nella disastrosa guerra dei Sette Anni contro gli inglesi; quando l’Argentina divenne indipendente dalla Spagna ereditò la sovranità sulle isole e iniziò a colonizzarle. Nel 1833 la Gran Bretagna, per poter controllare la rotta verso Capo Horn, fece valere i propri diritti di scoperta e mandò una spedizione che si impadronì delle isole, cacciando il governatore argentino. All’epoca delle navi a carbone, il capoluogo Port Stanley, situato in una baia riparata dai venti, divenne un’importante base di carbonamento. L’Argentina non rinunciò mai alla sovranità sulle Malvine ma non intraprese mai delle particolari azioni diplomatiche per recuperarle. Le isole sono balzate alla ribalta della storia un’unica volta nel dicembre 1914 quando in quelle acque la squadra tedesca dell’Estremo Oriente agli ordini dell’ammiraglio conte von Spee, nel suo periglioso tentativo di raggiungere la Germania, fu distrutta da una più potente squadra inglese al comando dell’ammiraglio Sturdee, inviata di gran fretta dal Primo Lord dell’Ammiragliato W. Churchill per vendicare la sconfitta subita il mese precedente nella battaglia di Coronel, di fronte alle coste cilene, la prima subita dalla Royal Navy dopo secoli di vittorie ininterrotte. Fu il dittatore J. D. Peron nel 1954, un anno prima di essere estromesso dal potere da un colpo di stato militare, che iniziò a sviluppare una campagna propagandistica che presentava le Malvine e la Georgia Australe come parte integrante del territorio argentino, facendo votare dal Parlamento una risoluzione in tal senso. Nel 1964 la vertenza approdò alle Nazioni Unite e l’anno successivo le Falkland-Malvine furono inserite nella lista dei territori conquistati in epoca coloniale dove la potestà era stata tolta alle popolazione originarie. La Gran Bretagna ha sempre reagito respingendo la tesi e invocando il principio dell’autodeterminazione degli abitanti.
Nel 1976 ci fu un nuovo colpo di stato militare e il potere fu preso dal comandante dell’esercito generale Videla che diede il via ad una feroce repressione degli oppositori, sia di sinistra sia peronisti. A Videla successe il generale Viola e poi il generale Galtieri. Il regime militare, per distrarre il paese dalla repressione interna e dal progressivo peggioramento dell’economia, esasperò i toni nazionalisti della contesa. Un’avvisaglia di quanto stava per succedere c’era stata quando, nel marzo 1982, un gruppo di militari argentini, travestiti da operai mandati per recuperare i rottami metallici di una base baleniera nella Georgia del Sud, aveva issato una bandiera argentina. Degli scontri molto gravi erano avvenuti quando un piccolo guardacoste era stato inviato per ristabilire la legalità, ma il ministero degli Esteri non si era seriamente preoccupato dell’avvenimento e non aveva saputo trarre delle conclusioni, anche se ormai erano state segnalate delle manovre di concentrazione delle forze navali argentine. L’unico provvedimento preso fu di inviare il 27 marzo il sommergibile nucleare d’attacco Spartan in zona per monitorare la situazione. Nel pomeriggio del 2 aprile 1982, quando una task force argentina si presentò davanti a Port Stanley, nessuna azione di contrasto poteva essere intrapresa. I satelliti spia americani avevano segnalato l’inizio dell’operazione solamente il giorno prima suggellando una grave sconfitta per il Foreign Office e i servizi segreti inglesi, e per quelli americani pure. Il generale Mario Benjamin Menendez sbarcò le sue truppe costringendo alla resa la piccola guarnigione di Royal Marines – che non rinunciarono al beau geste di sparare qualche colpo e di ferire alcuni invasori – e la capitale fu ribattezzata Puerto Argentino. Contemporaneamente fu occupata la Georgia del Sud ed anche in questo caso i ventidue marines lasciati di guarnigione reagirono con le armi prima di arrendersi. Il generale Leopoldo Fortunato Galtieri aveva portato il suo colpo ed adesso si mise ad aspettare la reazione britannica.

Le forze in campo. La Giunta militare argentina contava di mettere il governo britannico di fronte al fatto compiuto e di trascinarlo in una contesa diplomatica, avendo però in mano la carta potente del possesso delle isole. Contava sulla solidarietà dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), sull’applicazione da parte degli Stati Uniti della dottrina Monroe (“l’America agli americani”), sulla volontà del presidente Reagan di
mantenere il continente americano lontano da una possibile, in caso di
contrasto, interferenza sovietica e sulle difficoltà della Gran Bretagna ad
imbastire una reazione militare a così lunga distanza dalle sue basi. In
effetti il governo di Margaret Thatcher aveva da tempo, per motivi di bilancio,
mutato la dottrina di intervento della Royal Navy abbandonando ogni velleità di
difesa imperiale. Adesso le risorse, integrate nelle dottrine difensive della
NATO, erano state dirottate sulla risposta nucleare basata sui quattro sommergibili atomici della classe Resolution armati di missili Polaris e l’ultima delle grandi portaerei, l’Ark Royal con i suoi caccia Phantom, era stata mandata in disarmo. Delle forze armate argentine i servizi d’informazione
sapevano tutto. La Marina possedeva una portaerei leggera, la Veinticinco de
Mayo, fabbricata dagli inglesi con il nome di Venerable durante l’ultimo
conflitto mondiale, e un paio di moderni caccia lanciamissili, per il resto
relitti antidiluviani e naviglio minore: quindi non costituiva alcun problema
ed era destinata a restare chiusa in porto per timore dei sommergibili britannici. Però recentemente l’Aviazione di Marina aveva acquistato dalla Dassault francese quattordici bombardieri Super Étendard, di cui sette già operativi, armati però solamente di cinque Exocet, i micidiali missili
anti-nave.
La Fuerza Aerea Argentina (FAA) era ben organizzata e
poteva contare su un buon numero di aerei moderni, ma era addestrata alla
guerra terrestre e non era preparata ad una guerra aeronavale. Pochissimi aerei
possedevano l’apparecchiatura per il rifornimento in volo e c’erano solamente
su due aerei cisterna. Gli aerei d’attacco erano una novantina di bombardieri
Skyhawk, una cinquantina di intercettori Mirage III e Dagger (copia israeliana
del francese Mirage). Inoltre erano disponibili una cinquantina di Pucarà
(aereo biturbina leggero anti guerriglia di costruzione argentina) e una
dozzina di addestratori Macchi MB.339, aerei che potevano essere trasformati
facilmente in bombardieri, sia pure con un ridotto carico bellico.
L’Esercito aveva in dotazione un’ampia varietà di armamenti moderni, che naturalmente furono portati sull’isola di Soledad dove si concentrò la resistenza argentina: carri armati leggeri francesi AMX e i TAM di fabbricazione argentina, blindati francesi e americani per il trasporto
truppe, autocarri e fuoristrada Mercedes adattissimi per i tratturi dell’isola,
cannoni Bofors, OTO-Melara e Breda, sistemi anti-missili, missili anti-nave
Exocet. La preoccupazione maggiore per gli inglesi era che la conquista di
Soledad costasse molte perdite alla loro fanteria, ma non tardarono a scoprire
che gran parte del presidio di occupazione, circa 10.000 uomini come si apprese
in seguito, era costituito da poco bellicosi soldati di leva.
La Gran Bretagna prese rapidamente le sue decisioni: il 4 aprile ci fu una riunione dell’Esecutivo a Downing Street. La premier Thatcher, contando sulla solidarietà del presidente Reagan e sull’assicurazione dello
Stato Maggiore in merito al successo dell’operazione, prese la decisione – in
puro stile Churchill, l’uomo politico che tanto ammirava – di inviare una spedizione
a riconquistare le Falkland, confermando l’appellativo di Iron Lady che la
stampa le aveva affibbiato. Il giorno successivo tagliò la testa del ministro
degli Esteri Lord Carrington, colpevole di non aver saputo prevedere
l’invasione.
Le risorse della nazione furono mobilitate. Il nerbo della spedizione era composto dalla portaerei leggera Invincible e dalla vecchia portaerei d’assalto Hermes, ambedue armate di aerei a decollo verticale Sea-Harrier e di elicotteri; poi c’erano 2 navi d’assalto anfibie, 8 caccia
lanciamissili, 15 fregate e 6 navi da sbarco insieme a numerose navi cisterna e
da rifornimento della Royal Navy. Inoltre furono requisite per la spedizione
più di 40 navi mercantili tra portacontainer, navi traghetto e cisterne, senza
dimenticare i transatlantici, due per il trasporto truppe, tra cui il Queen
Elisabeth II da 67.000 tonnellate, e uno trasformato in nave ospedale. Già il 5
aprile le prime navi iniziarono a partire. Furono anche inviati, per bloccare
le coste argentine, sei sommergibili di cui cinque nucleari. La Royal Air Force
mise a disposizione uno squadrone di Harrier, bombardieri Vulcan – superati ma
ancora adatti ad operare in quelle circostanze – con base nell’isola di
Ascensione situata nel centro dell’Atlantico meridionale, aerei Nimrod per la
ricognizione, aerei di rifornimento Hercules e gruppi di elicotteri.
L’esercito inviò quanto di meglio aveva a disposizione: due gruppi corazzati del chicchissimo reggimento Blues and Royal con un ampio supporto d’artiglieria, due Commando dei Royal Marines, alcune squadre di forze speciali del famoso Special Air Service (SAS) e del meno conosciuto ma
altrettanto micidiale Special Boat Squadron (SBS) specializzato in operazioni
anfibie, due battaglioni del Parachute Regiment e una Brigata di fanteria su
tre battaglioni: 2nd Scots Guards, 1st Welsh Guards e 1° Battaglione del 7th
Duke of Edinburgh’s Own Gurkha Rifles.
Non fu naturalmente trascurata l’iniziativa diplomatica.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò una Risoluzione che intimava all’Argentina il ritiro immediato dall’arcipelago invaso, senza che l’URSS ponesse il suo veto. Il Segretario di Stato americano Haig iniziò tra l’8 e il 19 aprile una serie di viaggi a Londra e a Buenos Aires, cercando di far approvare un compromesso tra sovranità e amministrazione. Alla fine dovette
ritirarsi dopo aver costatato la rigidità delle parti: l’Argentina chiedeva che
preliminarmente fosse riconosciuta la sua sovranità sulle Malvine; la Gran
Bretagna voleva che fosse ritirata la forza d’occupazione dalle Falkland.
Reagan non mancò di far conoscere a Galtieri la sua forte irritazione. In seno
all’OSA c’erano molte simpatie per la posizione argentina – Cuba divenne
un’accanita sostenitrice delle ragioni del regime militare violentemente
anti-comunista – ma la clamorosa azione di sbarramento di un’ex colonia
britannica, Trinidad e Tobago, le antiche ruggini tra gli stati sudamericani e
l’irritazione americana impedirono che queste simpatie si traducessero in una
decisiva ed efficace azione diplomatica. La Comunità Economica Europea dichiarò
l’embargo delle forniture militari e applicò delle sanzioni economiche
all’Argentina chiedendo il rispetto della Risoluzione dell’ONU.
La nazione sudamericana, trovandosi priva di alleati che
la potessero aiutare concretamente, si rivolse all’URSS che colse naturalmente
l’occasione di creare una frattura nel mondo occidentale. I sovietici non
avevano l’intenzione e la possibilità di impegnarsi militarmente in una zona
così lontana e offrirono quello che avevano a disposizione: informazioni. La
flotta inglese era costantemente seguita da sottomarini e navi-spia sovietiche
che inviavano rapporti su quanto riuscivano a captare e, durante il periodo
della crisi, furono lanciati dal cosmodromo di Baikonur nello spazio sette
satelliti fotografici o per intercettazione di frequenze radio e radar. Tutte
le informazioni sul dislocamento della flotta arrivavano dall’URSS a Luanda in
Angola e da qui all’ambasciata sovietica a Buenos Aires che le trasmetteva allo
Stato Maggiore argentino. Analoga azione era naturalmente effettuata dagli
Stati Uniti a favore della Gran Bretagna.
Il maggior successo ottenuto dal regime militare fu l’appoggio incondizionato dell’opinione pubblica nazionale. Tutto il paese si strinse intorno al governo, simbolo della Nazione, schierandosi a favore
dell’occupazione delle Malvine: i rivoluzionari Montoneros alla macchia sospesero
la guerriglia, le madri dei desaparecidos, vittime dell’azione violenta del
regime, bloccarono la loro protesta e l’iniziativa propagandistica di “donare
l’oro alla patria” raggiunse un indubbio buon risultato.

Le azioni preliminari. Mentre la flotta britannica con il suo treno logistico – il più imponente dalla fine della Seconda guerra mondiale – si stava trasferendo nelle acque dell’isola di Ascensione, il governo inglese prese delle decisioni volte ad impedire agli argentini di poter continuare a
rifornire la guarnigione. A partire dal 12 aprile, fu annunciato che una fascia
di 200 miglia intorno alle Falkland sarebbe stata considerata zona di guerra, con tutte le
conseguenze per le navi che si avventuravano in quelle acque; l’8 maggio il
blocco navale fu esteso fino al limite delle 12 miglia, le acque
territoriali argentine. La seconda disposizione fu di estendere la zona di
interdizione allo spazio aereo. Questa gradazione di annunci, volta ad intimidire gli avversari, aveva anche lo scopo di stimolare l’azione diplomatica così come,
probabilmente, la prima azione di guerra. Il 25 aprile una task force inglese
si presentò al largo della Georgia del Sud, gli elicotteri colpirono il
sommergibile Santa Fe, che fu fatto arenare dall’equipaggio, e i marines
sbarcarono catturando il presidio.
I generali della giunta non reagirono a queste azioni
così come si limitarono a prendere atto che Washington interrompeva
ufficialmente i suoi sforzi di mediazione tra le parti e che Reagan, parlando
con la stampa, definiva ormai gli argentini come “aggressori”. Forse, pensavano
che non essendo ancora partiti dall’Inghilterra i transatlantici con le truppe
a bordo di avere ancora del tempo a disposizione ma una decisione durissima
presa dalla signora Thatcher li obbligò a reagire.
Il 2 maggio, un mese esatto dopo l’invasione, il
sommergibile nucleare Conqueror riferì che l’incrociatore General Belgrano,
scortato da alcune navi minori, si trovava nello spazio marittimo tra la Terra
del Fuoco e le Falkland a circa 36 miglia fuori dalla zona di interdizione e
sembrava fare rotta verso l’arcipelago. L’incrociatore era l’ex americano
Phoenix, varato nel 1938 e per quanto rimodernato non costituiva una grande
minaccia, anche se contemporaneamente da nord si stava muovendo la Veinticinco
de Mayo, come se volessero prendere a tenaglia la flotta inglese. Il Gabinetto
di Guerra diede l’ordine al sommergibile di affondare la nave nemica. Un paio
di siluri colpirono il General Belgrano che iniziò in breve tempo ad affondare
mentre gli oltre mille uomini d’equipaggio scendevano nelle poche lance di
salvataggio e zattere che erano riusciti a calare o si buttavano nelle acque
gelide. Le unità di scorta si allontanarono per non essere colpite a loro
volta. Le conseguenze furono che 321 marinai persero la vita. Un’ondata di
furore colpì l’Argentina con i giornali che accusavano gli inglesi di
assassinio e con l’opinione pubblica che chiedeva vendetta. I militari decisero
a questo punto di reagire mettendo a segno un colpo che colse gli avversari
completamente di sorpresa

I primi scontri. Nel pomeriggio del 4 maggio, un martedì, il caccia lanciamissili Sheffield, un’unità di 4100 tonnellate con sette anni di vita, precedeva insieme ad altri caccia come nave di picchetto radar la flotta di una trentina di miglia. Sugli schermi radar improvvisamente apparvero
a una sessantina di miglia le tracce di aerei in avvicinamento. Dopo neanche un
paio di minuti gli apparati segnalarono di aver captato la trasmissione di un
radar di guida puntato: un missile si stava dirigendo contro il caccia. Il
comandante fece accostare d’urgenza la nave nel tentativo di offrire un
bersaglio più ridotto ma nei pochi secondi che mancavano all’impatto non ci fu
tempo per lanciare il chaff (striscioline metalliche destinate a creare falsi
echi sui radar avversari) e i fires (artifici pirotecnici che producono energia
infrarossa che attrae i missili) o per localizzare l’attaccante sui radar di
tiro del sistema missilistico terra-aria Sea Dart. Il missile fu visto arrivare
velocissimo, quasi alla velocità del suono, sul pelo delle onde a dritta dello
Sheffield, penetrò nello scafo ed esplose trasformando il caccia in un rogo
infernale che costrinse l’equipaggio ad abbandonare la nave quando le fiamme si
avvicinarono al deposito dei missili. Una ventina di marinai risultarono
dispersi. Dopo sei giorni di inutile lotta contro l’incendio, il relitto
lentamente trainato verso l’Antartico affondò.
Era stata una coppia di Super Étendard, riforniti in volo
da un aereo cisterna, ad avvicinarsi alla velocità di 1200 chilometri
orari, volando bassissimi per essere individuati dai radar il più tardi
possibile, a lanciare i loro missili Exocet. Questo missile, che vola a 2-3 metri dalla superficie
del mare, è del tipo fire-and-forget in quanto il pilota dell’aereo, una volta
eseguito il puntamento ed acquisito il bersaglio sul suo radar, si può
dimenticare del missile lanciato che procede autonomamente puntando al
bersaglio. La fregata Yarmouth, che aveva avuto qualche momento in più a
disposizione, era invece riuscita ad attivare le contromisure elettroniche e a
deviare il missile a lei destinato.
La perdita dello Sheffield dimostrò che non si sarebbe
trattato di una passeggiata. La task force britannica mancava di ricognitori.
Gli aerei Nimrod non erano ancora arrivati e avrebbero comunque dovuto operare
da Ascensione a tremila miglia di distanza con limiti di autonomia. Gli inglesi
non avevano i Boeing 707 AWACS come gli americani o una portaerei da cui
lanciare i ricognitori E-2C Hawkeye: le navi di picchetto radar costituivano loro stesse degli ottimi
bersagli – come accadde pochi giorni dopo al caccia lanciamissili Glasgow che
rimase gravemente danneggiato da una bomba che non era esplosa – ma erano
l’unica soluzione che avevano a disposizione, anche se le stecche dell’ombrello
di avvistamento protettivo erano troppo larghe e permettevano agli avversari di
penetrare in profondità.
Gli inglesi presero a bombardare i pochi obiettivi dell’arcipelago – Port Stanley con il suo aeroporto e le apparecchiature radar intorno alla capitale – con i Sea-Harrier e i Vulcan e a sbarcare gruppi di
incursori per conoscere il terreno e la disposizione delle forze. Gli avversari
reagirono con continui raid, riuscendo a danneggiare un paio di fregate in modo
non definitivo, mentre nei duelli aerei
i Sea-Harrier mostravano di poter
contrastare validamente le incursioni
dei temuti Mirage e Dagger, che riuscivano ad operare sull’arcipelago per pochi
minuti al limite della loro autonomia. Gli Harrier erano più lenti degli
intercettori nemici ma possedevano una grande manovrabilità. Potevano quindi
evitare facilmente gli avversari che volavano ad alta velocità e potevano
attaccare anche frontalmente con i loro missili Sidewinder aria-aria a guida
termica. La loro relativa velocità li rendeva invece più vulnerabili alla
contraerea argentina: i dieci caccia persi dagli inglesi alle Falkland furono
tutti abbattuti da missili terra-aria o dal fuoco contraereo. La ricognizione
scoprì che gli argentini avevano creato un paio di piste di volo da cui
potevano decollare i piccoli bombardieri Macchi e Pucarà che avevano trasferito
dal continente. Il 14 maggio un gruppo di incursori appartenenti al SAS e al
SBS attaccarono una di queste piste, posta nell’isolotto di Pebble,
distruggendo sei Pucarà, altri quattro piccoli aerei e un deposito di
munizioni, per poi allontanarsi a bordo degli elicotteri.

Le operazioni terrestri. Ormai tutto era pronto per
l’attacco a terra. Gruppi di SBS erano sbarcati a Soledad per dirigere da terra
il fuoco di preparazione delle navi. Il 21 maggio nella baia di San Carlos,
sulla costa nord occidentale dell’isola all’imbocco del Falkland Sound, dalla
parte opposta di Port Stanley, le prime unità di marines e di paracadutisti
sbarcarono dagli elicotteri. La resistenza dei fanti argentini fu poca cosa:
gli attaccanti, con la perdita di 48 soldati, ottennero la resa dell’intero
presidio, un migliaio di soldati. La tattica che gli argentini stavano attuando
non era per nulla flessibile, in quanto prevedeva la difesa dei punti di sbarco
solamente con postazioni statiche, senza far intervenire i temuti carri armati
– le loro armi migliori di cui avevano la superiorità almeno nei momenti
iniziali dello sbarco – che restarono concentrati nella parte orientale
dell’isola intorno alla capitale. L’unica reazione venne dall’aviazione. Ondate
di Mirage, Dagger e Skyhawk si riversarono dal continente contro le navi che
difendevano le zone di sbarco. Furibondi duelli aerei si svolsero nel cielo con
i Sea Harrier che prevalevano sugli avversari, mentre salve di missili
antiaerei erano lanciate sopra la testa di ponte. Il transatlantico Canberra,
che trasportava i paracadutisti e i marines, circondato e difeso da unità
dotate del moderno sistema antimissile Sea Wolf, fu preso di mira ma non venne
colpito. Da dietro le alture che dominavano il Falkland Sound sbucarono a volo
radente dei Pucarà che colpirono con una serie di razzi la fregata Ardent, una
moderna unità di 3250 tonnellate, che qualche ora dopo affondò. Trascorsi due
giorni, il 23 maggio, vicino alla testa di ponte un’altra fregata della stessa
classe, l’Antelope, subì uguale sorte.
Il 22 maggio, costatata la scarsa reattività delle truppe
avversarie, gli inglesi fecero sbarcare a San Carlos i restanti marines e
paracadutisti, portando il totale degli uomini a terra a cinquemila,
accompagnandoli con mezzi corazzati e artiglieria. La direttrice di marcia
verso Port Stanley partiva da San Carlos e conduceva alla località di Teal
Inlet. L’avanzata era lenta e difficile data la mancanza di strade, il terreno
paludoso e cedevole, i campi minati e le continue piogge; inoltre con
l’avvicinarsi dell’inverno il buio scendeva molto presto e i venti antartici
portavano alla sera un gelo intenso. I genieri a fatica riuscirono però a realizzare
una pista per gli Harrier, utilizzando piastre d’acciaio per il fondo, anche se
il terreno spugnoso imbevuto di acqua e fango sprofondava.
Il 25 maggio, il secondo martedì nero, quattro Skyhawk
centrarono e affondarono il caccia lanciamissili Coventry, in servizio da soli
quattro anni, causando 26 morti tra l’equipaggio. I Super Étendard riuscirono
ad arrivare ad una ventina di miglia dalla flotta e a lanciare i loro Exocet:
questa volta colpirono il portacontainer Atlantic Conveyor di 15.000 tonnellate
che prese subito fuoco e affondò. La grande nave era stata trasformata in
bacino in un trasporto aerei e imbarcava venti Sea Harrier, una diecina di
elicotteri di vario tipo e una grande quantità di rifornimenti: anche se gli
aerei erano stati già trasferiti, l’affondamento causò un danno gravissimo, in
particolare per quanto riguarda la perdita di tre grandi elicotteri Chinook da
trasporto. Dodici marinai persero la vita tra cui il capitano, un veterano che
era stato silurato due volte durante il conflitto mondiale.
Il 27 maggio un commando di marines e il 2° battaglione
paracadutisti sbarcarono a Darwin e a Goose Green sulle sponde opposte dello stretto istmo che
unisce la parte nord e quella sud di Soledad. Goose Green era fuori dalla
direttrice di marcia verso la capitale e distava verso sud circa 40 chilometri in
linea d’aria da San Carlos, ma in quella località c’era una pista della FAA da
cui partivano i Pucarà. L’avanzata dei paracadutisti e dei marines verso Goose
Green cozzò contro le difese predisposte in questa località e per la prima
volta, il 28 maggio, intervennero le forze corazzate argentine. Ci fu una
battaglia che durò tre ore e alla fine i duri professionisti inglesi ebbero la
meglio sui difensori argentini che persero più di duecento uomini mentre un
migliaio furono presi prigionieri. Quel giorno l’Inghilterra pianse il suo
eroe: il ten. col. Herbert Jones, comandante del battaglione paracadutisti,
caduto alla testa dei suoi uomini e decorato con la Victoria Cross. Le
inaspettate perdite navali stavano preoccupando l’opinione pubblica inglese,
mentre iniziavano a tornare in patria i primi feriti. La stessa stampa, pur
conservando un atteggiamento fortemente patriottico, incominciava ad avanzare
qualche critica. La mazzata peggiore doveva ancora arrivare. Per rinforzare le
truppe a terra, la brigata di fanteria imbarcata sulla Queen Elisabeth II si
stava trasferendo sulle navi da sbarco di fronte alla località di Fitzroy: era
l’8 giugno, che verrà ricordato come il terzo martedì di sangue. Si trattava di
un’operazione lunga e pericolosa, resa complessa dalla perdita dei grandi
elicotteri Chinook dell’Atlantic Conveyor. Le navi da sbarco stazzavano 5670
tonnellate e appartenevano alla classe “Sir” in quanto portavano i nomi dei
Cavalieri della Tavola Rotonda. La Sir Tristram e la Sir Galahad avevano
imbarcato una parte del battaglione delle Guardie Gallesi quando ci fu un raid
aereo devastante. La fregata Plymouth fu gravemente colpita mentre la Sir
Galahad e la Sir Tristram avvamparono. La prima affondò dopo alcune ore, mentre
sulla seconda l’incendio fu alla fine domato; lo scafo gravemente danneggiato
fu rimorchiato in Inghilterra dove la nave venne ricostruita. Tra soldati e
marinai ci furono 56 morti e più di un centinaio di feriti gravi. La scena
apocalittica delle navi che avvampavano e degli uomini che si buttavano nelle
acque gelide fu seguita da molti giornalisti. Le loro cronache fedeli turbarono
l’opinione pubblica ma quella giornata costituì il canto del cigno
dell’aviazione argentina che non riuscì più a causare danni alla Royal Navy.
L’intero corpo di spedizione britannico si era ormai
attestato sui colli che circondavano Port Stanley a ridosso del perimetro
esterno di difesa argentino. L’attacco partì nella notte tra l’11 e il 12
giugno accompagnato dal volo radente degli elicotteri armati di razzi e
mitragliatrici e dal fuoco dei cannoni terrestri e da quelli delle navi. Il
caccia Glamorgan della classe “County” fu gravemente danneggiato, con la perdita
di 13 uomini, da un Exocet sparato da terra, mentre effettuava un
cannoneggiamento delle difese intorno alla capitale. La linea esterna non resse
a lungo e fu sfondata fino a una profondità di otto chilometri. Menendez tentò
invano di ristabilire la situazione contrattaccando con le sue ultime riserve.
La sera del 13 ci furono violenti combattimenti sugli ultimi colli tenuti dagli
argentini che furono attaccati dai paracadutisti e dalle Guardie Scozzesi. La
mattina del 14 gli inglesi raggiunsero le prime case di Port Stanley mentre gli
ultimi difensori si ritiravano vicino all’aeroporto. La sera, dopo un incontro
tra il comandante delle forze inglesi generale Jeremy Moore e Menendez, fu
proclamato il cessate il fuoco con decorrenza dalle ore 23.59. Alle due del pomeriggio del 15 giugno fu
firmata la resa ufficiale del presidio e le Malvine tornarono Falkland dopo 75
giorni. La conquista dell’arcipelago era costata 649 morti e 1068 feriti agli
argentini e 255 morti e 777 feriti agli inglesi; anche tre kelpers persero la
vita.
Il generale Galtieri non resse all’onta della sconfitta:
nel giugno di quello stesso anno, i suoi camerati generali lo sostituirono con
il generale Bignone. Poi la giunta militare restituì il potere ai civili e
nell’ottobre 1983 ci furono delle libere elezioni.

Caratteristiche di alcuni aerei, navi o armi impiegati

Dagger – Versione israeliana del Mirage III costruita per
l’esportazione. Alle Falkland furono utilizzati come caccia-bombardieri e 11
furono abbattuti.

Exocet – Missile antinave lanciato da navi, da terra e
dall’aria, sviluppato dalla società francese Aérospatiale, ha avuto un grande
successo commerciale per il prezzo relativamente economico. Tutte le versioni
sfruttano un sistema di guida inerziale nella prima parte del volo e un sistema
di guida radar attiva nella seconda, mentre un radaraltimetro gli permette di
volare a bassa quota. Entrato in sevizio nel 1974, al tempo della guerra delle
Falkland era ancora abbastanza sconosciuto. Velocità max: 0.93 Mach.

Harrier GR.3 – Aereo d’attacco e da caccia, a decollo e atterraggio verticale/corto (V/STOL-Vertical/Short Take Off and Landing), sviluppato dalla British Aerospace, è stato adottato dalla RAF e dal corpo dei Marines degli USA. Nella versione Sea Harrier, che ha alcune caratteristiche
diverse da quella terrestre, è in servizio nella Royal Navy e in alcune altre Marine, tra cui quella italiana. L’aereo non richiede lunghe e vulnerabili piste pavimentate e può essere decentrato ovunque, anche vicino al campo di battaglia. Alle Falkland questi tipi di aerei sono riusciti ad abbattere 25 velivoli argentini senza subire perdite nei combattimenti aerei; 6 Harrier e
4 Sea Harrier sono stati invece abbattuti da missili terra-aria e dalla contraerea. Gli
aerei risultano carenti per quanto riguarda l’autonomia e il carico bellico. Velocità max: 1.175 km/h a livello del mare; Mach 1.3 in quota e in leggera picchiata.

HMS Hermes – Portaerei d’assalto di 28.700 tonnellate varata nel 1953, nave ammiraglia durante le operazioni alle Falkland. Imbarcava 37 aeromobili tra Sea Harrier ed elicotteri Sea King.

HMS Invincible – Portaerei leggera di 19.000 tonnellate varata nel 1977. Durante la guerra delle Falkland imbarcava 10 Sea Harrier e 9 elicotteri Sea King. Il 30 maggio fu l’obiettivo di un’incursione durante la quale le fu lanciato contro l’ultimo missile Exocet dei cinque a disposizione dell’aviazione argentina, che fu deviato dalle contromisure elettroniche.

Mirage III – Aereo da caccia e d’attacco costruito dalla francese Dassault, entrato per la prima volta in servizio nel 1961 e venduto in varie versioni in molti paesi, tra cui Israele e Argentina. Ottenne una gran fama per le numerose vittorie ottenute dagli israeliani sui Mig 21 egiziani e siriani. Ha un motore pesante e dal consumo elevato, che riduce il carico pagante e il raggio d’azione: alle Falkland la sua permanenza sull’arcipelago era di soli 15 minuti. Velocità max: Mach 1.14 a livello del mare, Mach 2.2 a 11.000 m. Durante la guerra, dove furono utilizzati unicamente come intercettori, ne furono abbattuti 3.

HMS Sheffield – Cacciatorpediniere lanciamissili modello 42, faceva parte di una classe di 14 unità unitamente al gemello Coventry, anche lui affondato alle Falkland. In quelle operazioni erano presenti altri tre navi della stessa classe: Cardiff, Exeter, Glasgow. Questi destroyers, varati tra il 1972 e il 1980, stazzano 4100 tonnellate e imbarcano due elicotteri Lynx.

Sidewinder – Missile americano aria-aria a corto raggio a guida infrarossa, è considerato il sistema d’arma di maggior successo della sua categoria. Quando il missile aggancia il bersaglio si dirige autonomamente sulle emissioni di calore (infrarosse) dello scarico dell’aereo agganciato. È
prodotto da varie industrie.

Skyhawk-McDonnell Douglas A4 – Aereo d’attacco ideato per la US Navy, è stato uno degli aerei di maggior successo del dopoguerra ed è rimasto in produzione dal 1956 al 1979. L’Argentina possedeva 75 modelli per l’aviazione e 16 per la marina e li utilizzò ampiamente alle Falkland perdendone 22. Velocità max: 1.083 km/h con il carico bellico.